IL COMUNE CAMBIA NOME - Comune di Anzola dell'Emilia

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IL COMUNE CAMBIA NOME

Durante il 1863 la vita politica registra il rapido consolidarsi dei nuovi equilibri di potere e inizia,seppure sottotono, un raffreddamento nei rapporti fra la borghesia liberale e la componente più cattolica e conservatrice, ambedue attente a non creare modifiche nei tradizionali equilibri economici e sociali.

La Chiesa ordina il disimpegno dei cattolici dallavita politica fra la totale indifferenza di don Lorenzo Landi e dei notabili anzolesi più sensibili all'influenza del parroco che, non solo vollero partecipare alla gestione del potere municipale fin dal primo giorno, ma difesero sempre molto caparbiamente gli assessori loro concessi dal sindaco Arnoaldi Veli pur di potere gestire il Comune con un minimo do collegialità fra le sue componenti politiche.
Evidentemente, il parroco di anzola non intendeva affatto lasciare perdere la possibilità di potere controllare le deliberazioni municipali, seppure attraverso altre persone, e fino 1878, anno della sua morte, ignorò le indicazioni del Pontefice e continuò imperterrito a svolgere un ruolo politico di inflessibile opposizione ad ogni superamento delle divisioni fra le componenti laiche e cattoliche della borghesia locale.
Durante la primavera del 1863 termina il biennio di Astorre Arnoaldi Veli nell'incarico di Sindaco e si apre la corsa verso lasuccessione del primo cittadino nominato dopo la caduta dello Stato pontificio. Sarà compito del Consiglio Comunale del 28 maggio prendere atto della nomina di Matteo Monteguti a Sindaco, tramite un regio decreto notificato pochi giorni prima, e sarà proprio quest'ultimo a volere l'acquisto di una sede stabile per gli uffici e la residenza municipale, iniziando le trattative con la proprietà del fabbricato allora occupato dal Comune.Superate le resietenze del sign.Vincenzo Pedrazzi, in principio non molto favorevole all'idea di vendere la sua Villa, il nuovo sindaco si troverà davanti all'opposizione della regia prefettura, la quale riteneva più conveniente l'edificazione di un nuovo edificio, più funzionale e più rispondente alle esigenze di un Comune moderno, facendo rilevare come la villa Pedrazzi fosse un vecchissimo Casino agricolo al quale occorrevano costose opere di ristrutturazione.
Preso atto del divieto prefettizio, i Consiglieri Comunali dicisero di edificare la nuova sede municipale su un terreno (sempre di proprietà Pedrazzi) posto fra la Villa e il canale di scolo Cavanella, a destra della via che porta alla chiesa S.S. Pietro e Paolo. Questo terreno oggi costituisce la parte sud della piazza Giovanni XXIII perchè l'edificio in questione non fu mai edificato a causa della ferma opposizione del sign. Pedrazzi ad un frazionamento della sua proprietà, atteggiamento che convinse la Prefettura sulla opportunità di rilanciare la proposta di acquisto fatta in precedenza.Cosicchè, lunedi 2 agosto 1869 il notaio Vincenzo Pallotti stipulava il contratto di passaggio di proprietà dell'attuale residenza municipale dal Sig. Vincenzo Pedrazzi alla Comunità anzolese e, "in nome di Dio e di Vittorio Emanuele II",il municipio acquisiva per la somma di 5000 scudi romani, pari a 28.600 lire italiane, una sede stabile che ancora oggi possiede.

Il nuovo sindaco amministrava il Comune con i criteri con cui amministrava le sue proprietà e non doveva essere molto soddisfatto dell'andazzo dei pubblici dipendenti, se questi ultimi vennero sottoposti ad uno stretto controllo che sfociò nella deliberazione di una serie di sanzioni da applicare in caso di mancanze, o carenze sul lavoro, dei salariati comunali. Di conseguenza, il 17 novembre fu notificato a tutti i dipendenti l'enenco delle "Punizioni e multe da infliggere agl'Impiegati Comunali":

"Volendo il Municipio stabilire le punizioni da infliggere a tutti gl'Impiegati di questo Comune, per mancanze alli relativi servizi oltre a quelle cui potessero incorrere a norma delle veglianti leggi, il Sindaco Presidente presenta al Consiglio uno stato indicante le punizioni o multe da infliggere agl'Impiegati Municipali, nel quale sonavi descritte le suddette punizioni e le norme per l'applicazione nel modo seguente:
art.I per una mancanza ordinaria o negligenza o ritardo nel disimpegno o disbrigo di qualche pratica, multa da lire 5 a lire 15.
art.II per la recività multa da lire 15 a lire 30.
art.III per cattiva condotta o negligenza abituale la sospensione dall'impiego e dagli onorari, e la destituzione.
Norme per l'applicazione delle suddette punizioni.
Le punizioni, o multe, di cui all'art.I saranno applicate dal Sindaco e dalla Giunta riuniti in seduta; e per quelle all'art. III dal Consiglio Comunale
Nessun consigliere si oppose alla deliberazione........fine del verbale".

Dopo avere "sistemati" gli impiegati del Comune, entrò nel mirino del novello Sindaco l'efficienza del servizio del recapito postale.
Quest'ultimo servizio si era sviluppato durante gli ultimi anni del Governo pontificio e, fra gli anni 1861 e 1863, assunse un aspetto sempre più efficiente anche se ad Anzola non esisteva un locale appositamente attrezzato ad uso di ufficio postale e i francobolli si avquistavano in Municipio,Il recapito della corrispondenza veniva svolto dal Cursore Comunale, (oggi sarebbe, grosso modo, un Messo comunale)Michele Monari e, non essendo ancora previsto il servizio di un vero e proprio postino, le contestazioni non mancavano di certo.Ed è appunto nel novembre 1863 che il cursore Monari ebbe l'infelice idea di rivolgersi agli amministratori comunali chiedendo.....dal verbale dell'epoca...
"Istanza di Michele Monari Cursore Comunale per la distribuzioni delle lettere postali.
Il cursore comunale Michele Monari con sua istanza in questi atti....chiede al Municipio un equo compenso per la distribuzione in Comune delle postali eseguita a domicilio lungo il corrente anno, essendo tale servizio non compreso nelle sue attribuzioni.
Si è data lettura in Consiglio Comunale dell'istanza sopracitata.
Il Consiglio dopo una breve discussione, delibera mediante voti favorevoli n.3 e contrari 8 di non accordare al suddetto Cursore Monari il chiesto compenso per la distribuzione fatta a domicilio delle lettere postali durante la corrente annata, ritenendolo non meritevole, ed anche se avesse prestato qualche servizio in più di quanto era obbligato se ne ebbe certamente a calcolo nella liquidazione del suo soldo di quiescenza."

Durante l'anno ci fu una separazione abbastanza netta fra l'amministrazione dello Stato e le municipalità locali, e lo stemma sabaudo, simbolo ufficiale del nuovo Regno d'Italia, fu lasciato in esclusiva dotazione agli atti ufficiali del Governo oppure alle amministrazioni comunali quando queste ultime applicavano localmente norme imposte dal Governo centrale.
Per suggellare gli atti amministrativi locali, e per rappresentare simbolicamente il Comune, ogni Municipio fu invitato a fare araldicamente registrare il simbolo che tradizionalmente caratterizzava il paese e le sue genti.
Moltissimi Comuni avevano già uno stemma di questo tipo e per loro l'impresa fu facile, ma Anzola non aveva nessuno stemma particolare e la normativa creò non poco sconcerto nei suoi amministratori.
Per la verità, il decaduto Governo pontificio aveva già provveduto a chiedere alle comunità locali di fare conoscere i vari stemmi municipali congiuntamente a qualche notizia storica che ne spiegasse le origini, ma dopo un primo sommario invio di notizie la registrazione ebbe un seguito molto superficiale.
Non riscriveremo su queste pagine la complicata storia dello stemma di Anzola, avendola già ampiamente trattata nei primi numeri della pubblicazione "Anzola notizie" edita dalla odierna amministrazione comunale, e ci limiteremo ad osservare che nel 1863 il Consiglio pensò di dotare il municipio di uno stemma composto da un orso rampante circondato da tre gigli regi. L'orso era stato il simbolo della nobile famiglia Orsi, per moltissimi anni signori feudali del castello medievale, i gigli simboleggiavano (probabilmente) l'unità comunale costituita dalle frazioni di S.Giacomo del Martignone, S.Maria in Strada e il capoluogo.
Ricostituito, seppure un pò approssimativamente, uno stemma comunale, nel tardo autunno si cominciò a porlo sulla carta intestata del Municipio e su tutti gli atti ufficiali amministrativi.
Questa, però, non fu l'unica variante sollecitata dall Regia Prefettura, perchè nel mese di ottobre fu richiesto di modificare il nome stesso del Comune che dall'anno successivo si sarebbe chiamato Anzola dell'emilia. Il movimento risorgimentale aveva unito in un unico stato molte località con lo stesso nome e per evitare spiacevoli confusioni ed equivoci,si rendeva necessario aggiungere al toponimo originale un qualcosa che servisse a caratterizzarlo e distinguerlo da altri di identico nome.Abbiamo in proposito il Consiglio Comunale del 15 febbraio 1864 che ci rende partecipi di questo cambiamento:

"Variazione della denominazione del Comune
Recando l'ordine del giorno la variazione della denominazione di questo Comune, il Sindaco Presidente ordina al Segretario di dare lettura del Dispaccio della Prefettura di Bologna....la quale dietro ordine del Ministero dell'Interno invita questo Consiglio Comunale a voler deliberare intorno ad un'aggiunta speciale da farsi all'appellativo attuale del Comune per togliere la causa di molti equivoci che accadono ai privati e alle pubbliche Amministrazioni, siccome nella nella provincia di Novara vi è un Comune con la medesima denominazione di questo.
Il Presidente propone al Consiglio di deliberare che la nuova denominazione di questo Comune sia Anzola dell'Emilia invece dell'Anzola attuale denominazione, ritenendo sufficiente questa semplice variazione....."

AVANTI NEL TEMPO
Durante la primavera del 1864 si attenuò, seppur di poco, il tono della polemica fra lo Stato italiano e la Chiesa perchè da un lato si cercava di fare rientrare nel limite di una controllabile opposizione il malumore creato dall'annessione delle ex Legazioni al Regno sabaudo e,dall'altro, si stava prendendo atto della irreversibilità della cosa avvenuta.
Inoltre, il sopravvissuto Stao Pontificio cercava di salvaguradare Roma come centro del potere temporale della Chiesa e di Pio IX, ben sapendo che il nuovo regno non perdeva occasione per riaffermare la necessità di fare di Roma la capitale d'Italia.
Uno degli elementi che, con molto realismo e senso pratico, portava la Chiesa ad opporsi allo Stato italiano con meno virulenza del passato, era la consapevolezza che la quasi totalità delle proprietà ecclesiastiche erano sul territorio del nuovo Regno e dipendevano direttamente dalle leggi che quest'ultimo faceva. Quindi, non inasprire ulteriormente i rapporti signoficava conservare e continuare a gestire il grandissimo patrimonio ecclesiastico rimasto in territorio italiano.
Ma se la Chiesa ufficiale romana tendeva ad attenuare il tono della polemica e lo Stato si apprestava a garantirle il libero esercizio del ministero sacerdotale e il privilegio della religione cattolica sulle altre convinzioni religiose, ambedue rimanevano ampiamente sulle proprie posizioni e non mancavano, localmente, di rinverdire la battaglia politica degli anni appena trascorsi.
Ed Anzola, piccolo paese di quell'Emilia che stava rinverdendo il proprio storico anticlericalismo, non era certo fuori dalla mischia. Sono gli anni in cui si iniziano a chiamare i neonati Brenno, Libero, Vindice e tanti altri nomi non di santi e sicuramente non rintracciabili nel calendario, pur di fare un dispetto ai preti. Inoltre, nel timore di sbagliare e imporre ai neonati un nome di qualche santo minore non conoscuito, si va sul certo e si cominciano a chiamare i bambini con il nome di successione nella famiglia: nascono così Primo,Secondo,Terzo,Quinto,Settimo etc..
comunque per dare un'idea di quanto fosse "calda" la rivalità fra chiesa e istituzioni, riportiamo la lettera che il 4 aprile 1864 il Sindaco invia alle autorità di pubblica sicurezza di S.Giovanni:

"Oggetto: rifiuto di confessione
In questa Chiesa parrocchiale di S.Pietro d'Anzola nella mattina del giorno di sabato 2 dell'incominciato mese di aprile, il Cursore di questo Comune sign.Paolo Garagnani si recò per adempiere al precetto della chiesa relativamente alla Pasqua, e quando si presentò al Capellano Don Giuseppe serafini per confessarsi, questi si rifiutò come fece anche il predicatore Don Camillo Stagni dimorante nel Comune di Crespellano, ed il parroco don Lorenzo Landi; il primo di questi rispose al Garagnani di non poterlo confessare perchè essendo impiegato del governo e del Comune poteva eseguire atti contro la Chiesa, e per questo non aveva facoltà di confessarlo, e lo stesso rispose il Parroco, ed ambedue ingiunsero al suddetto Garagnani di portarsi per confessare dal Vicario Capitolare o da un padre penitenziere; il predicatore non rispose altro che sogghignando.
Di ciò mi reco a doverosa premura di riferire alla S.V.per quelle misure che reputerà del caso.
Il sindaco
Matteo Monteguti"

Ma le avversità non finivano qui perchè dopo l'unità d'Italia, in caso di nomina di un parroco in una qualsiasi Chiesa o Parrocchia del Regno, era necessario ottenere il consenso del Governo italiano per potere diventare operante.Ed è proprio in seguito ad una richiesta di informazioni che si consuma la ritorsione del Sindaco verso quei preti che rifiutano la confessione ai dipendenti del Comune, con una letteraccia che dice:

"oggetto: informazioni sopra Don Valentino(omissis,ndr) lì 7 settembre 1864
Al Delegato Mandamentale di Pubblica sicurezza di S.Giovanni in Persiceto.
Portando riscontro al vostro foglio datato 19 agosto 1864, debbo significare alla S.V. che il Don Valentino è contrario all'attuale Governo, e per tale è conosciuto da qualche tempo perchè il cessato Sindaco signor Astorre arnoaldi Veli ha avuto campo di sorvegliarlo fin dal principio del 1859, e sarebbe desiderio che nel posto del parroco di S.Maria in Strada vi fosse un'altra persona invece del Don Valentino...
Il Sindaco
Matteo Monteguti"

Cosicchè, fra colpi "bassi" del clero e immediate risposte delle autorità comunali, la vita continuava con il solito ritmo dei borghi cintadini fino agli anni della "tassa sul macinato" che sconvolsero la vita di Anzola e di tanti altri Comuni della provincia.

Gli anni che vanno dal 1867 al 1869 sono storicamente indicati come gli anni più difficili del nuovo regno perchè videro la reazione popolare sollevarsi contro la pressione fiscale imposta dai governi della destra liberale e la contemporanea repressione di ogni agitazione con metodi non dissimili da quelli papalini o borbonici.Però, prima di entrare nel merito di questo tormentato periodo,consentiteci di accennare alla figura dell'avvocato Girolamo Poggi che proprio in quegli anni isciva definitivamente dal Consiglio Comunale anzolese.
L'avvocato Poggi è sicuramente il personaggio che ha partecipato più a lungo alla gestione del Comune di Anzola dalla restaurazione post-napoleonica all'unità italiana.Ex Priore, ex Anziano Magistrato, Consigliere per quasi quarant'anni, era filgio di quel Sebastiano Poggi che possedeva i terreni a sud della via Emilia comprendenti l'antica Villa Orsi (oggi detta del battirame), nonchè molti terreni posti verso la località Immodena.Entrato nel Consiglio Comunale giovanissimo, appena laureato, subito dopo la restaurazione del 1815, fu quasi sempre confermato in tale incarico fino agli anni in cui si compì l'unione di Anzola al Regno di Sardegna ed anche, seppure un brevissimo periodo,dopo tale data.
Onesto, preciso, serio, era il vero "galantuomo" come si intendeva un tempo, ed ogni suo atto amministrativo fu sempre ispirato a correttezza e serietà personale. Era un conservatore, e dalla lettura di molti documenti presenti nell'archivio comunale lo si deduce con sufficiente chiarezza, e non eveva amato nè la rivoluzione del 1831 nè quella del 1848, perchè riteneva che il progresso dovesse essere amministrato con cautela e al riparo di novità troppo sconvolgenti che avrebbero potuto mettere in discussione gli equilibri politici e sociali che caratterizzavano quei tempi. Non uscì mai dagli schemi dell'epoca e si integrò perfettamente nella parte che la società richiedeva ad un personaggio come lui, ed accanto alla indubbia correttezza personale ed amministrativa pose il conservatorismo tipico di coloro che, appartenendo alle classi più privilegiate, non avevano molta fretta di cambiare lo stato delle cose.
Quando l'avvocato Poggi, ormai anziano, rinunciò all'ennesima rielezione a Consigliere perchè il suo stato di salute non gli consentiva una assidua presenza alle sedute consiliari ed uscì definitivamente dalla vita pubblica anzolese, venne a mancare un sucuro elemento di equilibrio politico e di provata esperienza.
Rileggendo i verbali dei Consigli Comunali dell'epoca, e le testimonianze del lavoro del Poggi ancora oggi conservate, ci piace ricordarlo con simpatia perchè fu un testimone di quegli anni travagliati e difficili e molte cose dell'Anzola odierna hanno avuto origine al tempo della sua presenza in Municipio.

Nel 1866, con la terza guerra d'Indipendenza, si compiva l'unità italiana e si otteneva il ricongiungimento del Veneto, e di Venezia, al resto della Nazione.Rimaneva aperta solola questione romana e i tentativi di conquista di Garibaldi si conclusero con il triste episodio di Mentana, nel 1867.
Comunque,la necessità di avere Roma capitale era sempre ribadita dal Governo sabaudo e la cosa attendeva solo un'occasione proprizia, e diplomaticamente sostenibile, per attuarsi.
Dal 1861 al 1876 l'Italia fu retta da un partito liberale moderato che prese il nome di Destra(Storica) perchè il gruppo dei deputatiche lo sosteneva sedevano alla destra del Presidente. Pur essendo definibile come partito liberale, esso rappresentava la destra economica e conservatrice e fu a causa delle fortissime leggi finanziarie preparate da Ministri come Quintino Sella se, dal 1867 al 1869, il PAese fu travolto da un'ondata di malcontento popolare che rischiò, e non di poco, una vera e propria sollevazione antigovernativa.
Erano gli anni in cui il bilancio statale veniva chiuso in pareggio sostenendo la parte attiva con fortissime tasse che dovevano dare in una sola volta 400 milioni all'erario nazionale, e lo strumento impositivo non era quello delle imposte dirette che gravavano in modo proporzionale al reddito e al patrimonio, ma bensì quello delle imposte indirette che colpivano tutti, in egual misura, indipendentemente dalle capacità economiche dei cittadini.
Quindi, aumentare i dazi e applicare una tassa sulla quantità di grano trasformato in farina significava colpire in modo estremamente gravoso i redditi più bassi e incidere in modo significativo sui patrimoni più alti, perchè una lira di tassa era percentualmente molto diversa se veniva se viniva a gravare su un reddito di dieci lire o su uno molto superiore.
Conseguentemente a queste scelte politiche il Governo aveva deliberato un aumento dei dazi sproporzionato alle possibilità dei commercianti che finì con il fare aumentare i generi di prima necessità e gravò quasi totalmente sui ceti meno abbienti, già inquieti contro quei governi che tradivano gli ideali di cambiamento che il Risorgimento aveva portato alle classi popolari.
Il 15 gennaio 1867 arriva ad Anzola la prima lettera che informa il Sindaco della necessità di stare in guardia contro possibili accenni di agitazione popolare, visto il poco felice impatto avuto dai nuovi dazi sui ceti più bisognosi:

"Mandamento di S.Giovanni
Ufficio di Pubblica Sicurezza
oggetto:Agitazioni in causa di nuovi dazi.
Il Ministro degli Interni raccomanda che sia portata la più estesa vigilanza affine di prevenire qualunque pericolo di agitazione popolare a causa dei nuovi dazi in quei Comuni ove sonovi sospetti di maggiore malcontento, sia per passioni Municipali, sia per istigazioni di partiti, ovvero in causa di più grave miseria.
Prego la S.V.Ill.ma a riferirmi subito se in codesto Comune possono temersi i disordini dei quali di sopra è cenno, e nell'affermativa propone quei tamponamenti che credesse necessari alla bisogna.
In attesa di un riscontro la prego a voler anche in seguito avvertire appena siavi da temere qualunque perturbamento dell'ordine pubblico, e con stima mi pregio ripetere
aff.mo obb.mo firma illeggibile"

L'allarme delle autorità governative è ben giustificato, perchè il malumore e il pericolo di sollevazione popolare non accenna a diminuire e,anzi, in alcuni Comuni si avvertono già i primi scontri fra popolo che protesta e autorità di pubblica sicurezza.
Ad Anzola, per il momento, non si arriva allo scontro fisico anche se i rapporti del Sindaco alle autorità governative sono sempre molto cauti ed allarmati.E' una protesta che cresce a poco a poco ed è alimentata dalla povertà, dallo scontento popolare e dalla cecità di un potere politico che crede di fronteggiare solo con la polizia il nascere di una questione sociale che culminerà con le cannonate del generale Bava Beccaris a Milano.Dopo un mese dall'applicazione dei dazi la tensione non accenna a diminuire, e il 6 febbraio il delegato di P.S. scrive nuovamente al Sindaco di Anzola:

"oggetto:Agitazione del popolo per causa delle tasse.
La Regia questura di Bologna con dispaccio del 4 corrente mese partecipa all'Ufficio scrivente quanto segue:
Il Ministero dell'Interno con Telegramma d'oggi raccomanda una vigilanza straordinaria in tutto il Circondario onde prevenire assolutamente qualunque disordine abbia poi per pretesto la gravezza delle nuove tasse e conseguenti esazioni, la mancanza di lavoro, od altre cause. Raccomanda che si sorvegli attentamente onde i partiti avversi cerchino d'agitare e commuovere le popolazioni a dimostrazioni, o tumulti, che si tenga ovunque desta la vigilanza della forza pubblica e colla frequente presenza dei suoi capi la si ecciti sempre alla più rigorosa sorveglianza.Nel comunicare alla S.V. tali disposizioni onde possa disporre di conformità La prego d'urgenza, e mediante espresso segnalare qualunque anche lontano indizio, o sospetto di disordini in modo che si possono prevenire, o almeno immediatamente reprimere.
Ove si scoprissero agitatori che con discorsi tenuti in pubblico, o altrimenti eccitassero al malcontento si dovrà agire a norma di Legge segnalandoli in ogni caso a questo ufficio di P.S.
Con distinta stima pregio raffermarmi
firma illeggibile"

E' chiaro che il Governo non può fare marcia indietro perchè non può permettersi cedimenti e atti che possono sembrare debolezze nei confronti del popolo e degli avversari politici, ma è anche conscio che basta un piccolo tumulto mal represso per dare uno sfogo violento al malumore sollevato dalle nuove tasse. Inoltre, è ben informato che gli espedienti dei cessati Governi pre-risorgimentali non perdono l'occasione per alimentare il malcontento e contribuire ad inasprire il difficile momento politico.Basta poco per far esplodere la rabbia popolare e trasformarla in una rivolta antigovernativa, perchè troppi elementi di delusione e frustrazione si sono andati sommando nei ceti meno abbienti favorendo l'attività di coloro che lavorano per creare ulteriori barriere fra lo Stato e la popolazione, e l'episodio delle nuove tasse non è stato un lungimirante atto di acume politico.
Che si tema una scintilla innescante un processo insurrezionale lo si deduce dall'allarmata attenzione con cui si continua a guardare la reazione popolare e dalla contemporanea richiesta di collaborazione verso i Comuni della provincia, affinchè vengano sorvegliati gli esponenti più in vista del vecchio potere e vengano segnalate le loro responsabilità nel creare situazioni di tensione fra i ceti più popolari.Ed è proprio in questa direzione che il 15 frabbraio viene invitato a procedere il Sindaco di Anzola.

"Mandamento di S.Giovanni Persiceto
Ufficio di pubblica sicurezza
oggetto:spirito pubblico - sorveglianza
Prego caldamente la S.V.Ill.ma a volermi con frequenti rapporti informare sullo spirito pubblico della popolazione, sulle manifestazioni della pubblica opinione e per quanto sia interesse negli attuali momenti sia in linea politica che di pubblica sicurezza.
Importa oggi, più che mai, che si tengano con ogni assidua sorveglianza i partiti estranei onde non cerchino di compromettere la quiete del paese ragguagliandomi sempre, e prontamente d'ogni minima emergenza.
Con distintissima stima ....etc"

Nellaprimavera successiva, e durante l'estate, i lavori agricoli occupano i braccianti e contribuiscono ad allentare il malcontento e a fargli assumere toni meno esasperati.Rimane però molto viva la divisione creata nel corpo sociale italiano, con una contrapposizione netta fra ceti privilegiati e ceti popolari che esploderà con forza dopo un paio d'anni.

LA TASSA SUL MACINATO
La politica economica della Destra liberale, sostenuta con caparbietà dai Ministri finanziari succedutisi fra il 1861 e il 1868, è destinata a creare altri gravi problemi al Governo e a offuscare l'immagine del nuovo Stato presso l'opinione pubblica.
Il 7 luglio 1868 il Parlamento, su proposta del Governo, approva la legge che passerà tristemente alla storia "tassa sul macinato" e il 28 dicembre successivo il Sindaco di Anzola viene informato sulle modalità delle nuove disposizioni e sull'applicazione tecnica e concreta della legge, tramite una lettera roservatissima della Prefettura.
La nuova tassa viene immediatamente vista come un'ulteriore imposizione sui ceti più deboli ed è osteggiata dai mugnai che vedono in essa una riduzione del lavoro e il tentativo governativo di trasformarli in esattori, nonchè da tutti colori che usano il mulino per trasformare i cereali in farina.L'ulteriore, e inevitabile,aumento del prezzo del pane non facilita certo le cose al Governo. Per la verità durante la dominazione pontificia già si pagava un dazio sul consumo della farina che, in pratica, comportava gli stessi effetti anche se sembrava meno odioso del pagamento di un'imposta all'atto della macinazione, ma l'astiosità popolare controla politica economica era tale che queste piccole differenze assumevano un'importanza più che marginale e non fu difficile per la propaganda antigovernativa contribuire a fare crescere il malcontento fino ad assumere i connotati di una vera e propria ribellione.
Il furore contro l'imposta si scatena dal mattino del primo gennaio 1869, giorno dell'entrata in vigore della nuova normativa e vede protagonisti lavoratori della terra che passano, rapidamente, dalla protesta verbale alla violenza generalizzata.La rabbia contadina è diretta contro il Governo accusato di vessare il popolo con imposte invece di varare una più equa contribuzione, contro i Sindaci che si vedono minacciati di ogni sorta di violenza e, infine, contro gli inermi mugnai,che la legge ha coinvolto, loro malgrado, come esattori. La quasi totalità dei comuni della Provincia è investita da una rivolta antigovernativa di inaspettate proporzioni, che coglie di sorpresa le già allarmate autorità di pubblica sicurezza e che non si limita alle solite proteste verbali o ai tumulti nelle strade, ma assume i contorni chiari e inequivocaboli della rivolta.
Le Caserme della Guardia Nazionale sono prese d'assalto e i fucili spesso finiscono nelle mani dei popolani più facinorosi, creando sgomento nelle autorità di Governo e in quelle addette alla tutela della pubblica incolumità. La Questura di Bologna, allarmatissima per la piega assunta dalla protesta popolare, scrive a tutti i comuni del Circondario:

"Bologna, lì 7 gennaio 1869
Urgente- oggetto: disordini pel macinato -Armi
Signor Sindaco d'Anzola,
Per impedire che i fucile delle Guardie Nazionali vemgano in mano ai rivoltosi, è misura opportuna smontarli, segretamente nascondere il cane e le baionette, quando non possono custodirsi o mandare in luoghi di sicurezza.
Prego provvedere di conformità
Il Questore"

Come era prevedibile, anche Anzola viene investita dalla protesta popolare.Nei primi giorni di gennaio un centinaio di persone,circa, si recano a manifestare davanti al Municipio e occorrono tutta la calma e il buon senso del Sindaco Monteguti per evitare che la protesta degeneri in una sommossa.Informata della cosa, la questura scrive al Sindaco il 10 gennaio per richiedere ulteriori informazioni sugli autori dei disordini e ne richiede, in via confidenziale, le generalità, al fine di procedere per vie penali.La risposta sarà inviata quattrogiorni dopo con il Sindaco che risponde negativamente alle richieste dell'autorità di polizia, non avendo nessuna intenzione di creare ulteriori difficoltà al paese e al suo incarico di primo cittadino. Sono giorni già abbastanza difficili, senza che vengano caricati di ulteriori elementi di esasperazione.
Anche questi tumulti vengono riassorbiti dal Governo, non senza difficoltà, e nella primavera successiva il paese torna alla normalità. E' però una normalità forzata e puramente esterna, perchè gli avvenimenti degli ultimi anni hanno lasciato qualcosa nella gente che non si riassorbe e non si cancella: è rimasta la solidarietà di classe e la sensazione che nel prossimo futuro il problema sociale sarà il protagonista della vita italiana.
L'estate successiva è caratterizzata da un fatto di "cronaca nera" che scandalizza e indigna gli anzolesi, non abituati a notizie riguardanti rapine a mano armata e tentativi di omicidio.I furti di polli, di capi di biancheria, di generi alimentari vari, sono abbastanza frequenti e dettati più dalla fame e dalla disperazione che dall'animo delinquenziale degli autori, ma l'uso delle armi in una rapina sono un'aggravante che esce dalla normalità ed è segno dell'aggravarsi della situazione sociale e morale del tempo.
Tutto inizia il 6 agosto, quando la questura segnala al Sindaco il fatto accaduto:

"Questura di Bologna
Bologna, lì 6 agosto 1869
oggetto: Mancata ggressione con mancato omicidio
Signor Sindaco d'Anzola,
ilgiorno 17 luglio scorso verso le 10 pomeridiane sulla strada Provinciale di Bazzano e precisamente allo sbocco di via Pradalbino, uno sconosciuto dell'età dai 30 ai 35 anni, con faccia tonda, carnagione scura, vestito all'artigiana con giacchetta color scuro, avente in testa un cappello di panno nero, aggrediva un certo Ansaloni Marco fu Giovanni, d'anni 50, colono nato e domiciliato in Crespellano al predio denominato "Castello" di proprietà della signora Amalia Martinelli vedova Garagnani,ed impugnando un revolver lo frugava per derubarlo del denaro che avesse potuto possedere: ma essendo affatto sprovvisto, lo sconosciuto aggressore si arrabbiò tanto, che gli esplose alla testa un colpo di revolver che fortunatamente non lo colpiva dandosi quindi a precipitosa fuga.
Come autore di sì gran reato sospettasi di certo Morotti birocciajo di codesto Comune.
Lo scrivente prega quindi V.S. a voler ben precisare chi sia questo individuo, ed identificato vedere se i di lui connotati corrispondono a quelli dell'incognito aggressore superiormente dati, se la sua condotta ed i suoi antecedenti giustifichino i sospetti elevati a di lui carico e se nell'ora dell'avvenuta aggressione era assente dalla propria abitazione ed in quale località trovavasi, facendone in ogni modo colla possibile sollecitudine rapporto a questo Uffizio.
Il Questore"

Armi ta taglio, tipo il coltello a serramanico o i coltellacci da difesa, i birocciai li portavano in tasca essendo abituati a percorrere molta strada da soli e spesso in zone isolate, ma aggressioni con revolver alla mano non erano mai successe e l'accaduto fece veramente notizia.
Tuttalpiù, fino allora, erano frequenti le liti fra giocatori od ubriachi all'uscita dell'osteria, con pronta estrazione di coltelli e sfoggio di minacce più o meno afferrate, con scontato esito finale in carcere a smaltire il vino e i fumi dell'alcool.
Comunque sia, il Sindaco risponde prontamente alle sollecitazioni delle autorità di pubblica sicurezza:

"Lì 24 agosto 1869
oggetto: mancata aggressione e mancatoomicidio
Al Sign.Questore del Circondario di Bologna
...mi è d'uopo significare alla S.V.I che S....Morotti vetturale abitante in questo Comune, è compreso nell'elenco degli ammoniti sin dal 1862, qual persona sospetta in linea di furti e dedito alle risse.
Il predetto Morotti e dell'età di anni 31, di statura di cm 168, di corporatura ordinaria, capelli e ciglia e barba color castagno scuro, fronte spaziosa, occhi grigio nero, naso giusto, bocca media, mento ovale, faccia tonda, e carnagione bruna, veste a seconda della sua arte, in estate con giacchetta e pantaloni di filo di cotone, e nell'inverno di lana o mezzolana, e nella testa porta alle volte un cappello nero di lana, ed anche una berretta cadente a punta di birocciajo.
Riguardo poi a conoscere ove trovavasi il medesimo la sera del 17 luglio scorso, converrebbe farne allo stesso la richiesta, d'altronde è impossibile da altri sapere quanto viene dalla S.V.I. ricercato
Per ogni opportuna di lei norma, debbo farle noto che due donne mentre lavoravano attorno all'erba nel giorno 19 corrente, fu rinvenuto un fucile con due canne tagliate nel predio di ragione del sign.Giuseppe Dall'Olio, in questo Comune, alla distanza di cento settanta metri dalla Salvagna, luogo ove abita il Morotti anzidetto, e delle medesime il fucile venne consegnato a quest'Uffizio come tutt'ora trovansi a disposizione delle Autorità di P.S.
Il Sindaco
Matteo Monteguti"

Abbiamo riportato integralmente le lettere intercorse fra la Questura e il Comune in quanto costituiscono due curiosità indicative del modo di comunicare in un tempo in cui il telegrafo non era diffuso, non esistevano nè foto segnaletiche nè ricostruzioni tipo identikit, e tutto era affidato alla descrizione dei connotati più evidenti del fisico o della personalità, nonchè alla collaborazione delle autorità locali.
Purtroppo, nell'archivio municipale non esistono documenti che spieghino se il Morotti fu veramente l'autore della rapina o, al limite, come si concluse l'episodio che caratterizzò l'estate 1869, rimane però il fatto che quell'episodio segnò una notevole rottura nel normale tran tran cittadino, ancora turbato dai moti dell'inverno contro la tassa sulmacinato.A questo proposito, sul finire del mese di dicembre si ripropone il rinnovo dei ruoli per l'applicazione della tassa per l'anno 1870. La Prefettura, memore degli incidenti avvenuti dodici mesi prima, comincia a tempestare i Sindaci della Provincia di richieste inerenti l'umore della popolazione e su come fronteggiare le prevedibili manifestazioni di nuovo malcontento. Ci sono però due sgradite novità per il rappresentante bolognese del Governo (che conta molto sul ruolo dei Sindaci nell'affrontare l'ira popolare) perchè questi ultimi non intendono affatto esporsi allaviolenza della gente e non ci pensano proprio di essere il tramite locale fra il Governo e il malcontento dei contadini. Inoltre, i gestori dei mulini non intendono trasformarsi da mugnai in esattori delle imposte governative e minacciano apertamente di chiudere gli esercizi se si intende continuare con la legge dell'anno precedente, perchè la violenza che incendiò molti mulini è pronta ad esplodere nuovamente.
E' compito del Sindaco di Anzola esprimere al Prefetto queste lagnanze e spiegargli che il carattere sanguigno e focoso dei suoi amministrati può creare situazioni difficilmente controllabili:

"Lì 30 dicembre 1869
oggetto: tassa sul macinato
Molino di Lavino di Mezzo
All'Ill.mo Signor Prefetto della Provincia di Bologna
Ill.mo Signore,
approssimandosi il 31 dicembre 1869 epoca in cui cade la convenzione stabilita fra le Finanze dello Stato e l'esercente di Lavino di Mezzo posto in questo Comune, per la tassa sulla macinazione dei cereali, e siccome il medesimo non ha potuto accettare la convenzione pel 1870, a seconda del nuovo accertamento fatto dall'Agente delle Imposte, non perciò per far onta alla legge, ma solo perchè è nella assoluta impossibiltà di farne la riscossione degl'avventori, stante la continua opposizione dei medesimi.
Interpellato quindi lo stesso esercente se intende continuare a tenere aperto l'esercizio, oppure chiuderlo al 1 gennaio 1870, ha risposto come pure ha manifestato all'agente delle Imposte di preferire la chiusura del molino.
In seguito di ciò per evitare disordini gravi ed anche non si ripetessero le dimostrazioni deplorevoli dello 8 gennaio uscente con che se accadono, e che non è improbabile, non si limiteranno a quelle passate pioché avrebbero luogo fatti terribili; è indispensabile che col 1 gennaio p.v. per visto d'ordine pubblico il molino di Lavino di Mezzo resti aperto al pubblico, incaricandone un Agente Governativo di Finanza per la riscossione della tassa sul macinato, purché il medesimo sia assistito dalla forza pubblica in numero competente, altrimenti anche egli non potrebbe procedere a tale riscossione oltre chè, nel caso, con certezza avrebbero dei conflitti spiacevoli. Infine e nel desiderio che l'ordine pubblico sia minimamente turbato, interesso vivamente la S.V.I. a voler disporre nel modo succitato pel Molino di Lavino di Mezzo, affinché la chiusura del suddetto non dovesse essere causa di pretesto per dare adito ai nemici dell'attuale ordine di cose di organizzare, né di condurre in atto, dimostrazioni e delle partecipazioni pubbliche, il cui effetto non sarebbe che funesto, e per coloro, specialmente, che sono incaricati di qualche pubblico uffizio.
In attesa di cortese riscontro, mi ripeto di perfetta stima.
Il Sindaco
Matteo Monteguti"

Crediamo che questa lettera, riportata per intero, dia all'odierno lettore un quadro sufficientemente preciso di cosa significò la tassa sul macinato e di quale sollevazione popolare fu causa. Il Sindaco Monteguti, che dovette affrontare i tumulti citati nella lettera diretta al Prefetto, non ha nessuna intenzione di ripetere l'esperienza e chiede alle autorità bolognesi che si arrangino loro a garantire l'ordine pubblico.
Nel successivo 1870 il Comune è impegnato nei lavori di adattamento dei locali da adibire a residenza Municipale e uffici comunali.Perfezionato l'acquisto dell'edificio, da quasi sessant'anni sede del Municipio, l'amministrazione chiede l'autorizzazione ad inviare l'escomio agli attuali inquilini per ognissanti 1870, data tradizionalmente usata come termine ultimo dei contratti d'affittanza, al fine di procedere ad una sistemazione più dignitosa della sala delle adunanze, all'ufficio del Sindaco e di quello occupato dal Segretario Comunale.Fu,a questo proposito, commissionato un progetto di ristrutturazione che prevedeva lavori di adattamento ai locali occupati dalla Guardia Nazionale, nonché di quelli occupati dal Comune e dalle scuole elementari. La spesa prevista fu regolarmente finanzita e i lavori si protrassero fino all'anno successivo. Frattanto, approfittando della sconfitta della Francia a Sedan ad opera della Prussia il 1 settembre di quell'anno, il successivo 20 settembre le truppe italiane entravano a Roma da una breccia aperta presso Porta Pia, portando a compimento il processo unitario italiano.

DAL 1870 ALLA MORTE DI VITTORIO EMANUELE II
Da "Storia di Bologna" - opera citata:
"All'esame delle vicende politiche bolognesi che intercorrono dal 1870 al primo Novecento occorre premettere una considerazione di fondo: a Bologna, come del resto avviene in gran parte d'Italia, il potere politico ed economico è costantemente mantenuto dalla borghesia, cioè dalla classe sociale che, in definitiva, viene a beneficiare in modo nettamente prevalente del processo storico risorgimentale, sì da tendere ad identificare nei propri ideali gli interessi di tutta la nazione.
Soltanto alla vigilia della prima guerra mondiale, con l'istituzione del suffragio universale e con la vittoria dei socialisti nelle elezioni amministrative, si ha una svolta che porta a mutamenti di rilievo nel quadro politico cittadino e nell'impostazione programmatica della pubblica amministrazione locale. E' dunque alla luce di questa premessa chiarificatrice che vanno esaminati i movimenti d'opposizione nonchè le variazioni di rapporti che intercorrono fra di essi e la corrente liberale dominante, composta da moderati e progressisti.
Dopo il trasferimento della capitale a Roma e il conseguente rafforzamento dello Stato italiano, anche a Bologna si ha un rafforzamento delpartito liberale, in cui viene ad attenuarsi notevolmente la distinzione tra moderati e progressisti in quanto questi ultimi accettano di fatto la linea del riformismo cauto e prudente.L'opposizione è rappresentata dalle tradizionali correnti democratiche e dai cattolici, che tendono ad acquistare una notevole consistenza, anche perché sono gli unici a poter competere, per possibilità finanziarie, con il partito dominante, giovandosi tra l'altro, dell'apporto di non pochi membri della vecchia aristocrazia mondiale, con l'istituzione del suffragio universale e con la vittoria dei socialisti nelle elezioni amministrative, si ha una svolta che porta a mutamenti di rilievo nel quadro politico cittadino e nell'impostazione programmatica della pubblica amministrazione locale.E' dunque alla luce di questa premessa chiarificatrice che vanno esaminati i movimenti d'opposizione nonché le variazioni di rapporti che intercorrono fra di essi e la corrente liberale dominante, composta da moderati e progressisti.
La cortese e diplomatica lettera indirizzata da Mons.Morichini al Sindaco Casarini, uno dei massimi organizzatori,nel 1859, della rivolta antipontificia, è a Bologna la prima presa ufficiale di contatto tra autorità religiosa e autorità civile dopo il 20 settembre 1870; la risposta del Sindaco è altrettanto cortese e diplomatica, ma, in merito alla richiesta dell'Arcivescovo di veder facilitato dalla Giunta Comunale il suo "grave ufficio di pastore spirituale", chiarisce subito la posizione rigorosamente laica della pubblica amministrazione, che tra l'altro, esclude l'insegnamento religioso nelle scuole, lasciandolo all'iniziativa delle famiglie".
Nel 1871 diventa Sindaco del Comune di Anzola Giuseppe Dall'Olio, residente nella Villa posta all'angolo di via Lunga (dove oggi vi sono i terreni della famiglia Gubellini) e possidente di fabbricati e terreni agricoli versola Salvagna e il Fojano.Sempre in quell'anno si svolge il secondo censimento decennale della popolazione del Regno. Ad Anzola vengono censite 636 famiglie, gli abitanti sono 2182 maschi e 1925 femmine per un totale di 4107 persone. La patriarcalità della famiglia è ancora molto solida e una media di 7 persone per ogni nucleo familiare dimostra che questo valore sociale è indiscutibilmente accettato da tutti.
La quasi totalità degli anzolesi è impegnata nei lavori dei campi, eccetto alcuni impiegati nel commercio o nel piccolo artigianato, e per i giovani agricoltori era prassi comune rimanere in famiglia dopo essersi sposati e compensare con il lavoro il mantenimento dei vecchi ormai inabili e incaricati di accudire i bambini.Questa caratteristica patriarcale delle famiglie verrà meno soltanto un centinaio di anni dopo, con l'abbandono delle campagne tipico degli anni fra 1960 e il 1970 e il progressivo inurbamento del paese.
Dopo il 1870 si diffonde la "mania" dei monumenti e lo spirito celebrativo ainvade tutti gli italiani; decine di richieste di offerte patriottiche invadono il Comune di Anzola e, dall'offerta deliberata il 14 dicembre 1871 per la costruzione di un monumento a Roma in memoria dell'unificazione italiana, si passa ad una vera e propria "tassa" annua per i monumenti. Non ci fu Sindaco, Deputato, Prefetto che in quegli anni di furore celebrativo non si schierasse pro qualche monumento, o lapide, o cippo, che ricordasse qualche illustre italiano o qualche eroica battaglia risorgimentale.Si ebbe così un'inflazione di marmi, bronzi, sculture, busti, cippi che invase l'Italia in ogni angolo e in ogni Comune, che durerà per anni e ricorderà ai posteri tutti i grandi italiani: dai poeti agli scrittori, dai guerrieri agli eroi, dai navigatori ai martiri.
Gli anni che vanno dalla proclamazione di roma capitale alla morte di vittorio Emanuele II sono, tutto sommato, anni tranquilli, che vedono il borgo anzolese adagiarsi nella ripetitiva vita della campagna emiliana fatta di piccole cose, di piccoli commerci, di ore trascore all'osteria, di economia agricola che rappresenta la maggiore attività e risorsa del paese.Si attiva, proprio in questi anni, un ufficio per il disbrigo della corrispondenza e delle prime pratiche postali, con conseguente assunzione di un postino fisso per il recapito delle lettere e dei plichi.
Si cura in modo particolare l'insegnamento scolastico e le scuole elementari attivate sul territorio comunale registrano la frequenza, più o meno assidua, della quasi totalità dei bambini anzolesi in età scolare.La percentuale di coloro che frequentano regolarmente il corso è solo del 10-18%, ma sale a circa l'80% se consideriamo le frequenze invernali dei bambini non occupati nei lavori estivi dei campi, ed è proprio del 1871 la domanda di assunzione del maestro Alessandro Merighi, insegnante di tante generazioni di concittadini e insignito dell'onorificenza di "benemerito" dell'insegnamento scolastico.Il Merighi, assieme ad altri suoi illustri colleghi, tenne molto alta la qualità dei corsi scolastici elementari e contribuì notevolmente alla alfabetizzazione dei giovani del tempo.
Ricordiamo a questo proposito, i maestri Carlo Muratori (1840-1880), Gaetano Tarozzi (1860-1880), Domenico Morsiani (1881-1886),Domenico Poli (1886-1890), Giuseppe Cremonini (1890-1891), e Carlo Tolomelli che fu assunto nel 1891 e terminò il servizio una quarantina di anni dopo. A quest'ultimo maestro, ancora nella memoria di molti anziani anzolesi, aggiungiamo la signora Renata Costa che cominciò ad insegnare giovanissima nelle prime scuole materne comunali, all'indomani del primo conflitto mondiale, per passare alle scuole materne parrocchiali, poi a quelle elementari.
Accanto alle classi elementari maschili, pur penalizzate dalla caduta della frequenza estiva, si sviluppano celermente le classi femminile affidate a maestre appositamente assunte. Ogni anno, il giorno dell'annuale Festa dello Statuto, l'amministrazione comunale consegna dei premi agli alunni maggiormente distintisi negli studi e nell'applicazione in essi, continuando una tradizione iniziata al tempo del Governo pontificio e raccolta dai nuovi amministratori. Una "tradizione pontificia che il nuovo Governo sia guarda bene dal raccogliere è quella inerente all'insegnamento religioso, escluso dalle scuole di ogno ordine e grado e il IX Congresso Pedagogico Italiano (svoltosi a Bologna nel settembre 1874) ribadisce con forza questa abolizione, imposta dalla componente più liberale della Giunta Municipale di Bologna, con enrico Panzacchi e lAssessore alla Pubblica Istruzione Lodovico Berti in prima fila.
Dopo l'unità d'Italia il progresso vanza abbastanza in fretta, favorito dalla scelta decisamente capitalistica dei Governi liberali e dalla unificazione delle risorse nazionali. Lo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie favorì i commerci e l'espansione economica, anche se il 16 novembre 1872 si registra ad Anzola la prima vittima del progresso ferroviario. Dovete sapere che, a quel tempo, gli incroci dei binari con le strade normali non erano segnalati dalle barriere oggi esistenti e ogni segnalazione di pericolo era affidata ai custodi delle stazione (quando c'erano) e ad una bandiera rossa. Così che, con la complicità di una fittissima nebbia, un certo Antonio Cantaroni non vide né i binari della ferrovia, né il treno che stava arrivando alle 7 del mattino, rimanendo travolto dal sopraggiungere di un convoglio trasportante ghiaia per l'alta Italia.
L'eco di questa disgrazia fu notevolissima e ripropose in paese la discussione fra fautori del progresso e i superstiti detrattori della ferrovia, con discussioni in osteria che furono spente solo dall'eco di un'altra novità, ben più appetibile della prima, che ridiede fiato agli irriducibili anticlericali e riempì il paese di commenti ironici più o meno benevoli.Si trattava, in sostanza, di una riproposizione della ancor viva rivalità fra lo Stato e la Chiesa con l'antipatica diffusione nel paese di una notizia che Don Lorenzo Landi avrebbe freferito fosse rimasta coperta dal coperchio della pentola canonica.Lasciamo alla Prefettura il compito di informare l'ignaro (?) Sindaco di Anzola della questione:

"Prefettura di Bologna
Bologna, lì 27 gennaio 1874
Al Signor Sindaco di Anzola dell'Emilia
viene portata a mia notizia che nell'anno testé cessato il parroco di S.Pietro di codesto Comune, che amministra il Pio Legato Orsi, invece di erogare la rendita in estrazione di doti a favore di zitelle della parrocchia, come portano le tavole di fondazione, se ne sarebbe servito per l'abbellimento della Cappella di S.Donnino.
Oltre che mi viene pure riferito che lo stesso sign. Parroco sottoporrebbe le famiglie delle zitelle favorite dalla sorte ad una specie di tassa, chiedendo alle medesime un paio di capponi ed obbligando quelle che non ne avessero a comprarne anche a prezzo rilevante.
Prego pertanto la S.V. di voler assumere le più accurate e riservate informazioni....
Il Prefetto"

Dopo questo intermezzo politico-clerical-gastronomico, la vita anzolese va avanti tranquilla senza altre curiosità degne di nota.
Nelle elezioni politiche del successivo 1876 il logoramento della Destra raggiunge il massimo della crisi e va al potere la Sinistra liberale,più attenta alle richieste di riforme che vengono dai ceti meno abbienti.La politica di assoluto rigore della Destra conservatrice ha determinato un pericoloso logoramento della popolarità dello Stato unitario che ha rischiato, più volte, di essere teatro di rivolte armate o di sollevazioni popolari difficilmente controllabili e l'ingresso delle truppe italiane a Roma aveva solo momentaneamente attenuato questa caduta verticale di popolarità.
La Sinistra che ha il compito di condurre il governo verso un recupero del favore popolare è così definita perchè siede, in Parlamento, alla sinistra del Presidente e rimarrà al potere fino al 1896.

Da "Storia di Bologna" - Opera citata:
"La svolta del 1876, che in sede nazionale conclude il progressivo logoramento della Destra storica e porta al nuovo Ministero Depretis, non ha particolari riflessi immediati sul quadro politico bolognese.
Frattanto i cattolici, già incoraggiati a partecipare, dalle direttive ufficiali del movimento, alle elezioni amministrative, cominciano a pensare alle politiche, specie dopo l'avvento di Leone XIII al soglio pontificio. In Bologna il partito clericale cerca di dare spazio e consistenza alle associazioni cattoliche laiche, con l'appoggio di numerose famiglie aristocratiche ricche e influenti che sostengono non solo l'ideale di una nuova forma di apostolato, ma anche l'opportunità di una vera e propria azione politico-sociale.
Per altro l'atteggiamento conciliante di Leone XIII determina la divisione dei cattolici bolognesi in due gruppi: da un lato gli intransigenti, che non accettano la linea "morbida" del Vaticano, dall'altro i "transigenti", che prendono il nome di Conservatori Cattolici Nazionali. In città, almeno per un certo periodo, prevale la linea intransigente, sia per l'appoggio della parte più abbiente dei clericali,sia per l'opera del nuovo Arcivescovo Lucido Maria Parocchi, che rappresenta l'estremo tentativo della reazione cattolica, l'ultima creazione di Pio IX, che vedeva in lui l'uomo capace di attenuare il diffuso anticlericalismo delle Romagne.La crisi del clericalismo intransigente e "nostalgico" è comunque un fatto nazionale; lo Stato italiano superato il pericoloso periodo di iniziale fragilità, ha salde radici e, con la Triplice Alleanza, fatto più politico che militare, diviene una solida realtà del quadro politico europeo, per cui è ormai impensabile che l'unità italiana possa sfaldarsi sotto i colpi delle potenze confinanti".

Il 28 maggio 1872 esce dal Consiglio Comunale per anzianità amministrativa il Sindaco Giuseppe Dall'Olio, secondole norme vigenti in quegli anni, e fino alle nuove elezioni svolge le funzioni di primo cittadino il sign. Giuseppe Serra Zanetti, già presente in Giunta con l'incarico di Assessore anziano, ed uscirà di scena nel 1874 quando il conte ercole Tacconi, proprietario di vasti possedimenti al Fojano e della Villa, ancora oggi esistente nelle proprietà Orsi-Mangelli, verrà nominato sindaco di Anzola.

GLI INTERNAZIONALISTI
Questo movimento politico prende il nome dalla Associazione Internazionale dei Lavoratori, fondata a Londra nel 1864 storicamente indicata cona la I Internazionale.Era costituita da anarchici, repubblicani, mazziniani, socialisti, comunisti, rappresentanti di popolazioni oppresse dal colonialismo.
Ben presto questo strano coacervo di interessi politici diversissimi fra loro entrò in crisi e fu dilaniato dalle polemiche alimentate dagli anarchici di Bakunin, dai comunisti di Carlo Max che predicavano l'avvento al potere della dittatura del proletariato e da coloro (fra i quali i mazziniani) che ne rifiutavano nettamente il progetto politico.
Questa associazione visse con fasi alterne fino al 1872, anno in cui avvenne la spaccatura del movimento internazionalista nel congresso dell'Aja, con un'appendice che si protrasse con molte difficoltà fino al definitivo scioglimento, avvenuto nella città americana di Filadelfia.
Nel 1889 si diede vita alla II internazionale attraverso l'unione di forze politiche di orientamento socialista più omogenee fra di loro e ideologicamente più vicine delle precedenti, creando un movimento che favorì l'affermarsi delle idee socialiste e socialdemocratiche in europa, naufragando però alla vigilia della prima guerra mondiale a causa dell'atteggiamento da assumere nei confronti del conflitto e soffocata dalla prova militare fra le potenze europee.
E' nel 1876 che le nostre terre iniziano a sentire sulle piazze i primi "internazionalisti" che oppongono all'esasperante nazionalismo del tempo una visione multinazionale dei problemi che affliggono i ceti puù poveri, proponendo la lotta unita di tutti i proletari contro lo sviluppo capitalista che sta imponendosi nell'economia degli Stati.
Gli internazionalisti ritengono che le barriere nazionali siano un espediente del capitalismo per mantenere le barriere sociali fra i ricchi e i poveri; quindi propongono un mondo nuovo, egualitario, senza sfruttati e senza sfruttatori, contestando con forza il modello di sviluppo che si sta cincretizzando a spese dei più deboli. Fra questi nuovi soggetti politici emergono gli anarchici e socialisti,con i prime che rifiutano il concetto di Stato (ritenendolo un mezzo per dominare e dividere la classe proletaria) ricorrendo anche alla violenza, e all'omicidio, pur di abbattere i principali simboli del potere stesso (es.:Re, Imperatori, Presidenti,etc.). I Socialisti, al contrario, inizialmente rifiutano di scendere a patti con i rappresentanti del capitale e del potere borghese, successivamente modificando questo atteggiamento con il crescere dell'idea socialista riformista.
Le condizioni di lavoro degli operai, nelle fabbriche allora operanti, erano frustranti e terribili: si lavoravano dalle dodici alle quattordici ore al giorno, dall'alba al tramonto tutti: grandi e bambini, uomini e donne, e questa situazione rimarrà tale fino ai primi del '900.
Nelle campagne, realtà più vicina al nostro paese, le condizioni dei contadini erano al limite della sopravvivenza come ai tempi dello Stato Pontificio, e soltanto con i fatti legali alle imposizioni fiscali degli anni precedenti si stava consolidando, a poco a poco, una visione più solidale della loro situazione sociale economica.
Ad Anzola i terreni agricoli erano nelle mani di una cinquantina di persone in tutto (compresa l'opera Pia dei P.V)e, di questi, meno della metà erano da considerarsi grandi latifondisti che facevano lavorare la terra tramite i fattori (o agenti di campagna) con affittanze di mezzadria che prevedevano contratti-capestro.
L'istruzione elementare stava lentamente dando ai figli dei contadini i primi elementi del riscatto di classe perorato dagli internazionalisti: quel saper leggere e scrivere che era considerato dai vecchi contadini un bene non indispensabile.In paese le idee anarchiche e socialiste non avevano avuto molto spazio, persino abbiamo il dubbio che vi fossero arrivate, perché il borgo era distante da Bologna e, ad esclusione delle informazioni raccaolte dai birocciai durante le soste nelle osterie, non erano molte lepossibilità di tenersi aggiornati e informati. Ammesso che i contadini e lapovera gente in generale ci tenessero molto ad essere informati, della qual cosa ci sia concesso dubitare.
Chi, al contrario, ci tiene parecchio ad essere informato su quel che succede nella provincia è il Governo che, tramite i prefetti e i Delegati di pubblica sicurezza, tiene continuamente sotto controllo la situazione perché qualcosa si muove e comincia ad organizzarsi, anche se il coinvolgimento del mondo contadino è ancora lontano.
A questo proposito si chiedono informazioni al Sindaco Conte Tacconi:

"Delegazione di Pubblica sicurezza
di S.Giovanni in Persiceto e Crevalcore
Persiceto, 23 luglio 1876
oggetto:Internazionali
Riservata
Prego la Signoria Vostra Ill.ma a volersi compiacere di riferirmi con grande sollecitudine, se nel Comune da Lei degnamente amministrato, vi siano individui sospetti di far parte dell'Internazionale; nell'affermativa indicarmi le loro generalità, con un cenno informativo sulla loro condotta.
Il delegato di P.S."

Il Sindaco di Anzola rispose negativamente alla richiesta e non previde che, di lì a pochi anni, la questione sociale sarebbe uscita dai fascicoli riservati delle questure ed avrebbe largamente caratterizzato lo sviluppo politico del paese. Sono anni che registrano un notevole aumento dell'attività politica internazionalista e il suo imporsi come azione di lotta di classe. E' una battaglia confusa dove socialismo e anarchia non sono ancora nettamente separati e, accanto ad attività velleitariamente "garibaldine" subito represse, si sviluppa un lento proselitismo politico reso difficile dall'orrore suscitato da certi attentati anarchici o da azioni violente che la povera gente non capisce e tanto meno giustifica.Le autorità sono spaventate da questo movimento di piazza e corronoai ripari informando i Sindaci su cosa sta maturando in quegli anni difficili, cercando di limitare la diffusione del "movimento" e delle idee che propugna, facendo leva sulla reazione di contrarietà che le azioni violente sollevano nei benpensanti.Esattamente un anno dopo il Sindaco è informato di una nuova azione dimostrativa degli internazionalisti:

"Prefettura di Bologna
Blogna lì 10 aprile 1877
oggetto:internazionale
Riservata
Tacconi Conte Ercole, Sindaco di Anzola dell'Emilia
La S.V. avrà rilevato dai giornali che in Provincia di Benevento è apparsa una banda di Internazionalisti,la quale si divise in due gruppi, e che uno di una trentina d'individui comandata da Cafiero penetrò a Cetino presso Piedimonte D'Alife, invase il palazzo municipale e incendiò l'archivio.
Comunque detta banda sia stata sconfitta dalla forza pubblica, e parecchi fra essi tra i quali Califiero siano stati arrestati, pure nel caso non impossibile che qualche altra banda di simile genere possa costituirsi in questa provincia, trovo necessario di interessare la S.V. a mettersi in grado di conoscere se nel territorio del Comune che Ella amministra,penetri o si organizzi qualcuna delle cennate bande, ed al primo sintomoche ne riveli la presenza e la formazione, riferirmene in espresso.
Certo sul patriottico di Lei zelo per l'esatto adempimento di queste mie raccomandazioni.
Il Prefetto"

Va detto che il Cafiero accennato dalla lettera è l'anarchico che con Errico Malatesta caratterizzerà il movimento fin dalla eorigini.
E' evidente la preoccupazione del Prefetto che anche nella provincia di Bologna, già molto sensibile alle idee politiche libertarie, si crei un movimento che possa turbare l'ordine costituito e rimettere in discussione gli ormai consolidati equilibri politici e economici.

LA MORTE DI RE VITTORIO EMANULE II
Vittorio emanuele II,Re d'Italia e assieme al Conte Camillo Benso di Cavour, artefice dell'unità nazionale, muore il 9 gennaio 1878 a soli 57 anni.
I cittadini anzolesi che la domenica successiva si recarono in paese per assistere alle funzioni religiose lessero la triste notizia su un manifesto affisso sulla porta della residenza municipale.
Con la morte di Vittorio Emanule II si chiude un'epoca risorgimentale che vide i problemi sociali e politici degli italiani posti sempre in second'ordine rispetto al grande ideale dell'unità nazionale e solo con il successore tutte le rivendicazioni di eguaglianza sociale emorgono con forza e, in qualche caso, con violenza.
Il socialismo e l'anarchia sono due ideali che occupanol'estrema opposizione proletaria, con il primo impegnato a svilupparsi nelle campagne dopo avere coinvolto gli operai delle prime pioneristiche fabbriche e il secondo impegnato in una contestazione assoluta del sistema politico e dell'ordine sociale capitalista che impone ruoli ben precisi ad ogni cittadino, fin dalla nascita.
Umberto I, educato a essere Re D'Italia e non solo Re di Sardegna, eredita un paese in fermento che va affrontato con calma ed equilibrio, perché le richieste sociali impongono scelte ben diverse da quelle autoritarie indicate dai circoli di Corte e pienamente condivise dalla moglie Margherita. Aristocratico e diversissimo dal padre e dalla sua indole provinciale, il nuovo re non ha i mezzi per capire ed affrontare le richieste di un popolo in fermento che chiede giustizia sociale e pagherà di persona il fatto di non aver capito i tempi e di avere voluto affrontare il nuovo con metodi vecchi.
Quando sale al trono Umberto I la sinistra liberale è impegnataad affrontare un Paese che sta crescendo con la riproposizione in chiave aggiornata di antichi equilibri che il popolo non accetta più.Gli operai si stanno organizzando sindacalmente e le masse contadine si dimostrano sempre più sensibili alle nuove idee politiche internazionaliste.

A suffragare l'ipotesi che il destino abbia voluto chiudere un ciclo storico con la morte di Vittorio Emanule, il mese successivo avviene il decesso del vecchio Pontefice Pio IX dopo trent'anni di papato.
E' tempo di rapporti freddi ed interrotti fra Stato e Chiesa e la legge detta "delle guarentigie" (ossia delle garanzie) non ha né sanato, né modificato i rapporti fra le due Istituzioni.
La polemica non ha più i toni accesi e intransigenti di pochi anni prima ma la divisione rimane netta, anche se da più parti si auspica l'avvento al soglio pontificio di un papa dotato della capacità di chiudere il contenzioso con lo Stato italiano e riportare i cattolici alla vita politica attiva. Persino all'interno di una parte del clero si comincia ad invocare un atteggiamento vaticano più aperto che consenta la partecipazione dei cattolici alla gestione di un potere politico orientato verso il mantenimento dei tradizionali equilibri sociali e politici.
Nell'archivio comunale si conservano ancora documenti che testimoniano quale grande difficoltà di rapporti esistesse all'indomani della morte di Pio IX e quale importante ruolo frenante avessero molti parroci nel riassorbire questa frattura; una di queste testimonianze ci spiega come dopo vent'anni dall'introduzione delle disposizioni riguardanti lo stato civile la gente avesse ancora delle notevoli difficoltà a comprendere la volontà dello Stato di separare la vita religiosa da quella civile, sollevando le ire della Prefettura che scrive ai Sindaci lamentando il fatto:
"Regno D'Italia-Regia Prefettura di Bologna
Gabinetto-riservata
Bologna, lì 23 novembre 1879
oggetto:Matrimoni religiosi
Ill.mo Signor Sindaco di Anzola dell'Emilia
Da S.E.il Ministro dell'Interno mi è pervenuta, nell'oggetto in margine indicato, la seguente nota di Gabinetto e riservata:
E' resa notoria che la maggior parte dei matrimoni puramente religiosi, in specie nelle campagne più che dalla cattiva volontà e aperto animo di violare la legge, provengono da ignoranza e da una certa qual inerzia, che fanno parere come superfluo il contratto civile.
E' quindi necessario che per parte delle Autorità, principalmente Municipali, non si tralasci occasione di spiegare al popolo le disposizioni della Legge, sul matrimonio e gli inconvenienti che ne derivano dal vietarle.
Occasione proprizia a ciò si presenta sovrattutto quando sono portati a registrare all'Uffizio dello Stato Civile nascite provenienti da unioni soltanto religiose, nel qual caso i Sindaci o coloro che li rappresentano invece di scrivere passivamente i nati sul libro dei figli illegittimi, farebbe opera altamente commendevole se spiegassero ai parenti le condizioni preparate ai figli loro per avere ignorata e disconosciuta la Legge......
Il Prefetto"

Tre giorni dopo rispondeva l'Assessore Anziano di Anzola, sign. Obici Giacinto, assicurando che il Municipio avrebbe illustrato la cosa alle coppie che si accingevano a registrare le nuove nascite, nonostante le difficoltà non fossero da sottovalutare. Si assicurava inoltre, che solo cinque matrimoni religiosi non avevano avuto un seguito civile, perché attuati da persone anziane rimaste sorde alle esortazioni a regolarizzare civilmente la loro unione.
Questi erano, grosso modo, i rapporti alla morte di Pio IX e nemmeno i funerali dell'ultimo Papa Re si erano sottratti dalla rigidità laicista delle autorità di Governo, allorquando i Sindaci furono autorizzati a partecipare ad eventuali cerimonie ma non a entrare in chiesa se non su esplicito invito dell'autorità ecclesiastica.
L'intervento governativo si ripetè in occasione dell'elezione di Leone XIII al soglio pontificio, con l'espresso divieto ai funzionari pubblici di intervenire alle solennità celebrate dal clero perché il Governo italiano non aveva avuta nessuna comunicazione e considerava il trono di S.Pietro ancora vacante.

I TEMPI NUOVI
Da "Storia di Bologna"- opera citata:
"..gli anni attorno al 1880 sono caratterizzati da un'accentuazione del fermento politico: la stessa situazione psicologica è mutata: vanno ad una ad una scomparendo le figure più eminenti dell'età risorgimentale e si affacciano alla ribalta della scena politica le nuove generazioni, più sensibili ai problemi del presente che ai miti del passato.
E' il momento in cui, in stretto rapporto con il processo di industrializzazione che si sta avviando, si manifesta il conflitto fra i datori di lavoro e la classe operaia, ed anche a Bologna cominciano ad avere ampia diffusionele idee marxiste, che determinano un mutamento di rotta nell'azione dei democratici.
Da molto tempo, in verità, come abbiamo già osservato, fermenti di emancipazione sociale agitavano il mondo politico bolognese; ma i primi progressisti che si erano posti alla guida del popolo, erano, il più delle volte, intellettuali, borghesi, nobili che avevano abbracciato la causa sociale senza però allontanarsi troppo, salva l'eccezione dei mazziniani, da una impostazione paternalistica del problema; ora, invece, il socialismo pone decisamente l'accento su rivendicazioni da conquistarsi mediante una strategia di carattere sovversivo, nel cui quadro il mezzo di effetto più immediato è lo sciopero.
In questi anni assume un crescente rilievo la figura di Andrea Costa, che tra una difficoltà e l'altra e un arresto e l'altro, riesce anche ad entrare in parlamento, con l'appoggio dell'Unione Democratica elettorale, costituitasi a Bologna nel 1882.
L'azione dei socialisti è soprattutto rivolta alla sensibilizzazione delle masse, che si traduce, in concreto, in una serie di scioperi, particolarmente frequenti dal 1864 al 1868: di rilevante importanza, anche per il numero degli aderenti, quelli dei muratori, dei lavoratori delle officine ferroviarie, dei mietitori, delle filatrici, a cui si aggiungono nel 1885, i tumulti avvenuti in occasione della commemorazione della morte di Mazzini.
L'attività dei democratici è, in questo periodo, particolarmente intensa, non soltanto quella dei socialisti, che fondano a Bologna nel 1884 un primo "partito operaio"(sciolto nel 1886 per disposizione del Depretis), ma anche quella dei seguaci dell'indirizzo mazziniano che nel maggio del 1863 tengono a Bologna un congresso.
Negli anni seguenti si accentua ulteriormente l'azione dei socialisti,mentre si delinea la crisi del partito repubblicano, che dopo la morte di Mazzini non era riuscito a darsi una efficienza organizzativa né una chiara linea politica, per cui Bologna, dove comunque non era mai riuscito ad avere un'ampia diffusione, perde il contatto con le classi popolari e tende a configurarsi come un movimento intellettuale collegato agli ambienti borghesi ed artigiani che osteggiano la monarchia.
Di crescente rilievo è invece, nello stesso periodo, l'azionedei socialisti, o, per usare la dizione del tempo "internazionalisti", non molto numerosi ma assai attivi, fra i quali emerge dominante Andrea Costa, nato e residente a Imola, che però raramente dimora nella sia città natale,dove comunque organizza un vivace centrodi propaganda politica, ma agisce prevalentemente a Bologna e in altre città.
In questi stessi anni, nell'ambito della sinistra filo.marxista, si delinea chiaramente la distinzione tra legalitari, che fanno capo al costa, e gli anarchici, che rifiutano il ricorso alle urne ed assumono posizioni radicalmente rivoluzionarie.
Nel 1889, come risulta anche da una relazione del questore al prefetto di Bologna, la frattura fra i sicialisti e anarchici è già molto netta e diviene, per così dire, ufficiale nell'aprile del 1891, quando un Congresso tenutosi nei locali della Società Operaia in preparazione delle celebrazioni del 1 maggio, emerge il contrasto tra i "possibilisti",orientati a mantenersi entro i limiti della legalità, e gli estremisti che rivendicano piena libertà d'azione, in conformità dei deliberati del Congresso degli anarchici tenutosi a Capolago (Svizzera) nel precedente mese di gennaio. Siamo ormai alla vigilia del famoso congresso di Genova (agosto 1892), che porta alla costituzione del "Partito dei Lavoratori Italiani" e che sancisce, tra l'altro, sotto la spinta del Turati e del Costa, la definitiva scissione, anche in campo nazionale, tra socialisti anarchici."

Ad Anzola le differenze sociali non sono certo inferiori al resto del Paese e il mondo contadino comincia a prestare attenzione alle idee politiche che vengono dagli operai e dalla componente più progressista della borghesia anche se, presumibilmente,la diffidenza e l'ignoranza rallentano parecchio questo processo politico.
I figli dei contadini più avveduti leggono tutto quello che può servire a riscattarli dall'ignoranza che costituisce la base della loro indigenza sociale e iniziano "la lunga marcia" che li porterà ad approdare al socialismo,al sindacalismo e, dopo vent'anni, alla gestione del potere locale.
Ma le cose iniziano molto lentamente, vuoi perché le campagne sono tradizionalmente molto refrattarie verso il nuovo, vuoi perché tanti anni di sudditanza non si possono cancellare di colpo, e la paura che il padrone delle terre che lavorano, o il suo fattore, possono metterli in condizioni di restare senza lavoro, condiziona parecchio la diffusione delle nuove idee nelle campagne.
Intanto si cominciano a definire i diversi borghetti, o gruppi di caseggiati, che ancora oggi caratterizzano il paese, vi sono "Le Casette" borgo contadino che costeggia il torrente Martignone e la zona delle Vallette, indi il gruppo delle "Case Nuove" che fronteggia la parte nord della torre del castello, con l'antica osteria "La Bassa", il gruppo di case di via Fiera (oggi via F.lli Ferrari) che costituiva l'antica proprietà della famiglia Baroni, e più avanti, verso il Fojano, il gruppo delle case "della Salvagna". Il nucleo centrale del capoluogo era ben diverso da come lo vediamo oggi perché costituito unicamente dal Municipio, dal caseggiato opsitante la locanda e osteria e, di fronte a quest'ultimo, dalle case di proprietà Baroni.
Nel 1878 continuano incessanti le richieste di fondi pubblici per costruire monumenti al defunto Vittorio Emanuele II e ad una di queste si fa carico di rispondere il Sindaco spiegando che il Comune ha onorato la memoria del re con la spedizione immediata di un telegramma di condoglianze alla famiglia reale e l'esposizione della bandiera nazionale coperta di gramaglie (cioè a mezz'asta e trattenuta semiaperta da un nastro nero). Inoltre, si sono chiuse per ben otto giorni le scuole comunali (con chissà quale dispiacere dei bambini, ndr) in segno di lutto comunale.
Il florilegio di collette pro-monumenti vive la sua apoteosi durante l'estate 1878 quando il Sindaco di Bologna si fa carico di sollecitare pubbliche raccolte a favore del monumento al re da erigersi a Roma.Risponderà, non senza imbarazzo, il Sindaco di Anzola con una lettera datata il 1 agosto nella quale si fa presente, con vivo rammarico, che non solo la pubblica colletta ha trovato insensibili gli anzolesi ma, addirittura, nemmeno il consiglio Comunale ha ritenuto opportuno deliberare qualsiasi spesa, stante le ristrettezze finanziarie a tutti ben note. Quindi arrivederci e grazie.

Nel 1878 muore anche il parroco della Chiesa dei S.S.Pietro e Paolo, Don Lorenzo Landi. Era statonominato parroco dopo la morte del prof.Camillo Baj e, dal 1826 in poi, era stato uno dei protagonisti delle vicissitudini umane e politiche che il paese visse dalla restaurazione post-napoleonica all'unità d'Italia.
Fu un sacerdote amato dagli anzolesi che si fece carico dei problemi umani della povera gente e seppe capire anche i problemi sociali dei suoi parrocchiani, portanto loro la parola di Cristo, e i conforti cristiani, anche nei momenti più difficili che la sua quarantennale presenza nel paese dovette affrontare.
Le leggi pontificie prevedevano, obbligatoriamente, al presenza nei Consigli Comunali del tempo dei "Deputati Ecclesiastici" e, in quello di Anzola, furono nominati i parroci del capoluogo, di S.Maria in Strada e di S. Giacomo del Martignone. Raramente, rileggendo i verbali consiliari del tempo, si nota l'assenza dai lavori amministrativi di Don Lorenzo Landi e questa serietà si traduce in una serie di scelte che portano il Municipio ad occuparsi della pubblica beneficenza, dell'istruzione popolare, della salubrità dell'ambiente con la progressiva eliminazione delle numerose risaie che esistevano sul territorio comnale.
Meno dotto del suo illustre predecessore e meno portato alle sottili disquisizioni che resero celebre la figura di Don Camillo Baj in tutta la provincia, dedicò il suo impegno pastorale alla componente più umile della parrocchia e immediatamente capì che se certi problemi umani erano sollevati in Consiglio Comunale da lui in qualità di sacerdote trovavano un uditorio abbastanza interessato, altrimenti cadevano nell'indifferenza dei Consiglieri che, in qualità di possidenti, non erano molto interessati ad attuare modificazioni sensibili ad uno stato di cose che li privilegiava.
Questo parroco visse molto intensamente il suo tempo, sia durante il periodo pontificio che dopo l'unità d'Italia, prima come fermo sostenitore del Governo papale e successivamente come ferreo e attivissimo oppositore del nuovo ordinamento istituzionale e, dell'ostilità fra il Comune di Anzola e il titolare della parrocchia, troviamo abbondanti testimonianze all'interno dell'archivio comunale.
Le ritorsioni dei Sindaci succedutisi dopo l'unità d'Italia e, i vari tentaivi di prendere provvedimenti politici contro l'attività antistatale di Don Landi, furono sempre vanificate dalla grande popolarità che quest'ultimo godeva presso i parrocchiani.
L'ultimo atto politico verso Don Landi fu la richiesta della Pretura di S.Giovanni in Persiceto di comunicare se le ultime disposizioni del defunto parroco furono un atto di sua spontanea volontà, visto che la parrocchia chiedeva il regio consenso ad entrare in possesso del lascito di ben 120 lire annue erogate per provvedere all'olio per la lampada della Chiesa.Rispose prontamente il Sindaco di Anzola comunicando l'assoluta libertà del sacerdote nel disporre del proprio testamento, così che la lampada sempre accesa all'interno della chiesa avrebbe ricordato a tutti i fedeli la memoria del vecchio parroco. Con la morte di Don Landi comincia a ricomporsi la frattura fra la borghesia cattolica e quella liberale, dando vita ad un fronte comune che governerà il paese fino al 1905 e manterrà uniti gli intenti e gli interessi di una componente sociale che comincia a intravedere la necessità di fronteggiare unitariamente il crescere delle nuove idee sociali con notevole fermezza. Nell'agosto del 1878 si chiedono informazioni su Don Giuseppe Ferri, indicato dall'Arcivescovado come successore di Don Landi, e il Sindaco Tacconi esprime nell'occasione il compiacimento del Municipio verso il nuovo parroco informando la questura che Don Ferri aveva sempre tenuto contatti con le autorità comunali e, essendolaureato in teologia, si è certi delle capacità del Ferri a svolgere il suo incarico pastolrale. Il Sindaco Tacconi non lo scrive chiaramente, ma dietro il null-osta al nuovo parroco c'è l'auspicio che il titolare della parrocchia abbia un atteggiamento meno intransigente verso il Municipio. E fu buon profeta, perché Don Ferri sarà parroco dal 1878 al 1905 e, salvo alcune ferme posizioni antisocialiste, non si occuperà molto di politica.Sarà trovato morto in un fosso durante l'estate del 1905, e la sua morte, pur nell'ufficialità degli atti del tempo, non sarà mai chiarita fino in fondo.

L'ATTENTATO AL RE UMBERTO
Il nuovo re, Umberto I, sa benissimo che succedere al padre significa porsi in confronto con la popolarità e il carisma che questi godeva presso il popolo, quindi, nel tentativo di mantenere alta la popolarità di Casa Savoia e proporsi come naturale erede dei consensi goduti dal padre, programma una serie di visite nelle più importanti città italiane.
A Bologna, la visita dei reali è programmata per il 5 novembre 1878 e fin dalla settimana precedente il Sindaco di Anzola è invitato a presenziare alla cerimonia, insieme agli altri primi cittadini della Provincia, e a notificare se il paese è provvisto di una banda musicale da schierare al momento dell'arrivo dei sovrani.
Le manifestazioni del consenso bolognese furono calorose e tese a conoscere meglio la personalità del re e della regina Margherita, anche se i convincimenti conservatori e autoritari di quest'ultima erano già noti.
Il programma non ebbe nessuna incrinatura e sollevò parecchio la popolarità del sovrano presso la popolazione felsinea e, nel momento del congedo delle autorità, nessuno poteva prevedere che di lì a quindici giorni la visita reale a Napoli avrebbe avuto un ben diverso epilogo.
Infatti, quando il mese di novembre stava avviandosi verso la sua ultima settimana, arrivò la notizia che il nuovo re aveva subito un attentato alla sua vita.
Immediatamente fu inviato un manifesto a tutti i Sindaci della Provincia affinché si informasse la popolazione del fatto avvenuto (pagina seguente).
L'avvenimento suscitò un enorme scalpore perché era la prima volta che la vita di un re italiano subiva un attentato da un membro del popolo e non da avversari,o da nemici politici, di altre potenze.
Ma l'aspetto più allarmante del fatto era costituito dalla certezza che chiunque, anarchico o no, poteva arrivare a colpire i potenti fino alle massime cariche istituzionali; cosa che in Italia era rara, e fino ad allora mai avvenuta a questi livelli. Il nascente movimento socialista ne ebbe un danno tremendo perché la non mai chiarita separazione fra socialismo ed anarchia aveva creato l'equivoco che le due cose fossero, alla fin fine, una stessa opinione politica. Molte delle simpatie che il nascente movimento aveva sollevato nellapiccola borghesia e negli intellettuali più progressisti subirono un danno durissimo e gravissimo, accelerando il progressivo discatto del movimento dall'idea anarchica e la separazione più netta tra i due gruppi di pensiero.
Le autorità politiche dell'epoca tesero a minimizzare la matrice politica dell'attentato per non creare né allarmismi né false sensazioni di impotenza del Governo di fronte a questi fatti, e il nome dell'attentatore è scritto in margine al testo del manifesto perché il Ministero dell'Interno si preoccupa immediatamente di dare all'opinione pubblica una versione dei fatti che propone l'attentatore come un volgare assassino e tende ad esaltare l'integrità fisica e il coraggio della famiglia reale.
Contemporaneamente, però, i fascicoli riguardanti gli anarchici venivano spolverati e posti all'attenzione di Questure e Prefetture, affinché si provvedesse in merito.

La preoccupazione del Governo che la disoccupazione potesse portare ai movimenti politici estremi della manovalanza politica immatura ed economicamente disperata,aveva indotto le prefetture a provvedere affinché i Municipi usassero tutti i margini a loro disposizione per creare occupazione invernale.
Infatti, una delle cause principali della povertà dei paesi, e del conseguente aumento di furti, era la disoccupazione invernale dei numerosissimi braccianti che, trovatisi senza il lavoro dei campi durante la cattiva stagione, per poter vivere e sfamare la famiglia erano costretti a rubare o a svolgere umilissimi e malpagati lavori.
Il Comune di Anzola aveva già preso in esame la questione e, tentando di ridurre la cause determinati l'incremento invernale dei furti e volendo dare un'occasione di lavoro ai cittadini, larga parte dei lavori inerenti al riassetto delle strade, al rinforzo degli argini, alla manutenzione degli edifici pubblici erano finanziati ed eseguiti durante la stagione tardo autunnale e nella primissima primavera, anche se il periodo più opportuno per eseguire tali lavori era la stagione estiva.
Una lettera inviata dalla Prefettura al Comune di Anzola ci fornisce una chiara testimonianza del problema:
"Bologna, lì 7 novembre 1878
...io mi sento rivolto ai Signori Sindaci della Provincia di Bologna interessandoli caldamente a vegliare per la stretta osservanza delle varie disposizioni relative al servizio delle Ammonizioni e ciò nello scopo di mantenere per quanto inalterato nellaprossima stagione invernale la pubblica sicurezza coll'invitare la massima vigilanza sopra le persone per abitudine dedite ai furti, ed in genere al malaffare
Ma V.S. ben comprenderà che se è debito nostro di procurare di rendere innocuo, e di colpire finalmente quella classe di individui pericolosi, la quale perché rifugge il lavoro va soggetta a speciale prescrizione di legge non é di certo in noi minore il dovere di portare la nostra attenzione sopra un'altra classe di persone che ne è ben meritevole cioè la classe dei braccianti i quali volenterosi di lavoro, non trovano ad occuparsi e ciò non solo per un principio umanitario, ma pur anco nell'interesse stesso dell'ordine pubblico e della sicurezza poiché le sofferenze e la miseria spingono al male operare, perciò mi permetto di fare appello a V.S. pregandola di voler fin d'ora allestire quanto occorresse per le opere che fossero da eseguirsi perconto del Municipio, preparandone i progetti e promovendone le necessarie deliberazioni del Consiglio.
Siccome l'esecuzione delle pubbliche opere per i ristretti mezzi dell'Amministrazione Comunale, non sarà sufficiente per soddisfare alle richieste di lavoro, interesso in modo particolare la V.S. perché dal conto suo invochi l'appoggio e il concorso dei principali possidenti, esortandoli ad incaricarsi ciascuno di provvedere per l'occupazione di un certo numero di operai almeno durante i mesi più critici della stagione coll'adoperarli in lavori di campagna od altri.
Io nutro fiducia che tale invito verrà accolto con animo benevolo e spero che così otterremo di prevenire se non tutto in qualche misura, danni e fatti delittuosi coll'adempiere allavolta di un dovere sociale.
Trasmetto lapresente in via riservata nel timore che la pubblicità possa dar luogo ad inconvenienti od imbarazzi per l'Amministrazione col destare forse delle pretese che non si potrebbero soddisfare......
il Prefetto Faraldo"
L'Amministrazione comunale si fece carico dell'invito prefettizio, anche se i lavori pubblici nel periodo invernale li faceva eseguire fin dal tempo del Governo pontificio, e per meglio invogliare i proprietari a fare eseguire dei lavori agricoli durante il periodo di maggiore disoccupazione deliberò di dare contributi a fondo perduto a coloro che avessero impiegato mano d'opera nel periodo invernale, a parziale rimborso della maggiore spesa sostenuta dai possidenti.

PICCOLE COSE DI PAESE
Da "Storia di bologna" opera citata:
"Verso la fine del secolo il panorama politico bolognese si configura in questo modo: c'é un partito dominante, il liberale, che detiene il potere e mantiene una sostanziale unità d'azione, benché sia pur sempre diviso in due correnti, quella dei moderati, che continuano la linea politica del Minghetti, e quella dei progressisti; i loro rispettivi organi di stampa sono la "Gazzetta dell'Emilia" e "Il Resto del Carlino", fondato nel 1885. I partiti d'opposizione sono costituiti dai clericali, in posizione di attesa dopo il fallimento della linea dura dell'ex arcivescoco di Bologna, dai socialisti, in costante ascesa, dai repubblicani, in grande flessione, e da un'esigua e poco organizzata minoranza di anarchici.
Se Bologna, e la sua Provincia, sono caratterizzate da una sostanziale tranquillità lo si deve non solo al carattre dei suoi abitanti, non portati all'asprezza dei contrasti, ma anche alla limitatissima partecipazione attiva alla vita politica della gente del popolo."
Se la vicina Bologna è una città sostanzialmente tranquilla, altrettanto si deve dire di Anzola e della sua campagna, benché alcuni problemi locali di notevole importanza agitino i sonni degli amministratori comunali.
Le contrarietà cominciano con la soppressione, decretata dalla società delle ferrovie dell'Alta Italia, della fermata del treno per antieconomicità del servizio. Il Sindaco Tacconi si premura di sollecitare più volte il ripristino della fermata scrivendo ai deputati bolognesi e alla Direzione delle ferrovie, ottenendo però risposte vaghe e contradditorie.
Prima della nazionalizzazione del 1905 il servizio ferroviario era nelle mani delle società private, quindi l'economicità era considerata molto importante da chi doveva rispondere agli azionisti del suo operato. Dopo l'ennesima sollecitazione, il Direttore delle ferrovie scrive al Sindaco in modo chiaro e netto che il ripristino della fermata del treno non era possibile. perché lo scarso movimento di passeggeri (in dodici mesi solo 100 lire d'incasso) non copriva le spese d'esercizio, con l'aggravante di sfavorire la puntualità, a causa delle tre fermatenello spazio di pochissimi chilometri.
Il Sindaco non si fece di certo impressionare dal netto rifiuto della società ferroviaria a ripristinare un servizio giudicato importantissimo per il paese, al di là del numero di coloro che ne usufruivano ad Anzola, e scriverà ogni anno alla Direzione delle Ferrovie rinnovando le richieste, non mancando di esporre la questione a tutti i candidati al parlamento del collegio di S.Giovanni in Persiceto.Tale perseveranza, però, non sarà premiata e chi vuole salire in treno deve andare a Samoggia o a Lavino di Mezzo.
Una perseveranza che viene premiata è quella di Alessandro Costa che, nel febbraio del 1879, riesce ad organizzare una Società Carnevalesca con il compito di coinvolgere nella festa tutti gli anzolesi tramite delle manifestazioni che culmineranno il 24 febbraio nel cortile del Municipio, quando avverrà l'estrazione di una lotteria di beneficenza dotata di ben 16 regali offerti dai soci del sodalizio.
Ottenuti i necessari permessi si provvide ad allestire un grande spettacolo al quale si poteva assistere solo dietro pagamento di un biglietto del costo di 10 centesimi che dava il diritto di partecipare all'estrazione della lotteria. I premi erano abbastanza ricchi, considerate le scarse possibilità del tempo, e prevedevano la messa in palio di un taglio di stoffa per abito da donna, seguito da uno scialle di lana, un pavone, un mezzo quintale di farina gialla, un taglio di cachemir per pantaloni da uomo, un prosciutto, due galli, quattro capponi, un salame, una mortadella, 12 bottiglie di vino, un pan di zucchero, un chilo di caffè, un formaggio lodigiano e 20 pezzi d'argento per un valore di 100 lire.
L'archivio comunale conserva il rendiconto della festa che ebbe un successo notevolissimo, se pensiamo che il biglietto che vinse i venti pezzi d'argento recava il numero 5163, con grande soddisfazione del paese e di coloro che beneficiarono della carnevalesca lotteria.

In quell'anno il paese vive il consolidamento dello Stato unitario con la calma secolare delle zone agricole padane e assiste al nascere dei fermenti politici e sociali con l'attenzione curiosa di chi è abituato a vedersi coinvolto solo in forma passiva.Le nuove idee stimolano la gente a partecipare alle scelte riguardanti il futuro in qualità di parte attiva e partecipe, e questa sostanziale differenza di intendere il ruolo del popolo nell'Italia del domani è la grande novità che portano ad Anzola i figli dei contadini che ritornano dal lavoro nelle città, che ritornano dalle prime riunioni organizzate dagli internazionalisti e che ascoltano i discorsi che vengono fatti nelle osterie di paese.
I mezzi di comunicazione sono pochissimi e spesso al di fuori dalla portata intellettuale dei contadini e dei braccianti locali. Tutto è affidato alla parola, alle prime pubblicazioni sociali e politiche, alle prime riunioni a carattere organizzativo, al clima di semi-carboneria che occorre attuare perché se i propretari vengono a sapere che i coloni si evolvono politicamente e culturalmente il futuro certo è la disoccupazione per i pochi temerari.
Ma, seppure fra timore, clandestinità, paura di restare senza lavoro, le nuove idee si diffondono e dalla città arrivano alle campagne, ai casolari, ai borghetti, alle famiglie e ai singoli. E' una novità composta da idee semplici che parlano il linguaggio dei poveri, dei disoccupati, degli indigenti, dei contadini e degli operai sfruttati dall'ordine economico che cerca di espandersi senza mettere in discussione i privilegi dei pochi nei confronti delle masse, un linguaggio che si fa capire da chiunque voglia ascoltare i primi attivisti cattolico sociali o, su basi opposte, i socialisti e gli anarchici. Lo spazio che queste nuove idee stanno conquistando, pur con differenze sostanziali ed opposte, è destinato nel prossimo futuro a caratterizzare in modo marcato la vita del Paese, dei Comuni, dei singoli cittadini.
Il liberalismo risorgimentale è stato, e nel 1880 lo è ancora, un elemento di positiva concretezza che ha datoun volto politico e organizzativo ad uno Stato che solo pochi anni prima non esisteva affatto, però il consolidamento e lo svilutto del Paese portato avanti dai liberali ha il torto, a nostro avviso, di non considerare le aspirazioni della povera gente come l'obiettivo principale della politica del Governo.
L'Italia liberale si sta affacciando al XX secolo con un'economia molto solida che porterà a preferire i pagamenti in lire piuttosto che in oro, con uno sviluppo industriale che si sta affacciando sulla scena economica nazionale e un'agricoltura che si sta avviando verso la progressiva meccanizzazione (pur fra titubanze notevoli e inizialmente solo al nord), ma tutto questo è ottenuto sulla base di squilibri sociali notevolissimi e grazie al non dirottamento delle risorse economiche verso il progresso sociale dei poveri di sempre.
Le idee politiche della sinistra radicale e socialista si inseriscono in questi grandi varchi lasciati dallo sviluppo capitalista e contestano in modo netto le scelte imposte dalla sinistra liberale al Governo. L'attività politica dei socialisti è meno vincolata di quella dei cristiano-sociali perché questi ultimi sono costretti a lavorare all'interno dello spazio (molto ristretto) delimitato dall'atteggiamento ufficiale della Chiesa di rigida chiusura verso lo Stato, anche se i problemi sociali stanno incontrando un interesse sempre crescente nel nuovo pontefice Leone XIII, e nei cattolici in generale, che approderà nella divulgazione dell'Enciclica "Rerum Novarum"; la convivenza fra fede religiosa, impegno sociale e gerarchia ecclesiastica è spesso sostenuta da equilibri molto difficili da creare e da mantenere, ma nonostante tutto l'avvicinamento dei cattolici al superamento definitivo del divieto di partecipare alla vita politica continua pur tra tante difficoltà.

Nel 1877 si presentò agli anzolesi un difficile problema riguardante il piccolo cimitero del capoluogo, ormai diventato insufficiente a contenere degnamente le salme dei defunti.I lavori per l'eventuale ampliamento divisero il Consiglio Comunale fra chi sosteneva la necessità di ampliare il vecchio fabbricato (posto di fianco alla Chiesa parrocchiale) verso nord, fino a l limite del fossato medievale dell'antico castello, e chi proponeva l'edificazione di un nuovo fabbricato che evitasse la riproposizione del problema di lì a pochi anni. Nel secondo caso la spesa da sostenere sarebbe stata molto maggiore, ma trattandosi di un investimento si sarebbe riassorbita in un numero maggiore di anni e il futuro avrebbe sicuramente dato ragione a chi perorava questa tesi.
Nonostante la discussione fosse accesa, con un'ampia valutazione dei pro e contro, inizialmente prevalse il primo modo d'operare e si incaricò l'ingegnere comunale Pietro Gasperini di presentare un progetto che si adattasse alle necessità proposte.
Il progetto fu presentato nell'autunno 1878 e immediatamente portato al vaglio dei Consiglieri Comunali che, con notevole disappunto, presero visione di una proposta di spesa di ben 10.694 lire e 10 centesimi, che risultò a tutti assolutamente sproporzionata all'opera che ci si accingeva ad erigere. Le proposte furono vaste e generalizzate, con qualche consigliere che non ebbe difficoltà a gridare allo scandalo proponendo immediati provvedimenti disciplinari nei confronti del tecnico citato.
Così fu giocoforza incaricare la Commissione di Edilità presieduta da Torquato Costa di presentare una serie di proposte riguardanti l'edificazione di un nuovo cimitero e di indicare, in linea di massima, le caratteristiche, la struttura, il terreno sul quale edificarlo e l'eventuale proposta di spesa.
Leggendo con occhio critico i verbali del tempo, si rileva chiaramente che la discussione inerente al nuovo cimitero vide protagonisti coloro che intendevano gestire lo sviluppo futuro del paese con programmi sviluppabili ulteriormente con poca fatica e coloro che rimanevano legati all'intervento programmato giorno per giorno e secondo l'urgenza del momento.
Vediamo così che accanto ai "vecchi" amministratori si concretizza un primo nucleo di amministratori moderni che cresce ed acquista, tramite lo studio e l'attenzione verso il mondo che li circonda, la capacità di programmare il futuro in modo più ordinato.Tutto ciò è legato alle nuove informazioni, agli scambi culturali, alla diffusione delle idee urbanistiche e ad un modo di programmare che di lì a poco sarà l'unico modo per amministrare positivamente e seriamente i Comuni di ogni dimensione.
La tesi del nuovo cimitero sarà seguita dalla proposta di sviluppare il paese attorno al vecchio borgo comprendente il Municipio e la Chiesa parrocchiale, dalla proposta di creare una piazza e dai vari progetti edilizi privati e pubblici che nel giro di trent'anni creeranno la pianta urbanistica sulla quale si è andato formando, a poco a poco, il paese attuale. Va dato atto agli amministratori dell'epoca, fra i quali spiccano nomi noti come Alessandro Costa e il figlio Torquato, il conte Ercole Tacconi e il figlio Pietro, gli agenti agricoli e possidenti f.lli Serrazanetti, il farmacista Alessandro Manzini, l'oste della "Bassa" Lucca Gallina che fu consigliere per quasi vent'anni, di avere saputo essere al passo coi tempi e di aver saputo cogliere con intelligenza quanto di nuovo stesse maturando in quei tempi ormai lontani.
Comunque, tornando alcimitero in discussione, al termine dei lavori la Commissione di Edilità presentò una bozza di programma che fu immediatamente portata al vaglio del Consiglio Comunale.La Commissione impiegò parecchio a preparare il documento, perché è solo a metà aprile dell'anno successivo che il Sindaco riceve il lavoro in questione, ma il tempo fu ben impiegato perché si davano indicazioni riguaro al terreno, alla tipologia e caratteristiche architettoniche della nuova opera, si precisava il preventivo di spesa: L.11.000 per un camposanto di 3000 mq più 510 mq d'area di contorno. In pratica, con la somma prevista inizialmente per l'ampliamento del vecchio cimitero, si costruiva un cimitero nuovo di zecca, di ben 3000 mq.
Il 14 agosto 1879, davanti all'evidenza dei fatti difficilmente discutibili, il Consiglio Comunale deliberava la costruzione di un nuovo cimitero, procedendo all'acquisto del fondo detto di S.Michele, posto sulla strada per S.Giovanni a circa 200 metri dalla ferrovia, di proprietà del Benefizio Parrocchiale, finanziando tutto a termine di legge e inviando l'atto alla Prefettura per il visto necessario.
ùPurtroppo, la Prefettura si mostrò meno lungimirante del Consiglio Comunale e inviò sul posto una commissione con l'incarico di vagliare l'opportunità di costruire un nuovo camposanto al posto del meno dispendioso (secondo loro) ampliamento del vecchio.
Non si capisce bene quali furono i criteri di valutazioneadottati da questa Commissione prefettizia, fattostà che il Prefetto non concesse l'esecutività delladelibera e ordinò al Comune di provvedere all'apliamento del vecchio cimitero.
I Consiglieri Comunali accettarono, seppure con dispetto, le conclusioni della Commissione nominata dal Prefetto e si accinsero, non potendo fare altrimenti, a percorrere la strada imposta dall'autorità di governo. Non accettarono, però di pagare un modesto ampliamento allo stesso prezzo di un cimitero nuovo.

 
 
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