DA ANZOLA AD ANZOLA DELL'EMILIA - Comune di Anzola dell'Emilia

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DA ANZOLA AD ANZOLA DELL'EMILIA

In un documento dell'anno 888 viene menzionata per la prima volta una località di nome Anzola. Nel documento, volendo indicare l'ubicazione di un monastero cassinese lungo la via Predosa, si afferma che esso era situato "prope Castrum Unciola", vicino al castello di Anzola.
Il nome della località, di cui oltre ad Unciola e Anzola si conoscono le varianti Unzola e Ynzola, sarebbe derivato dall'uso di dividere i fondi rustici in once o parti di once. Dal termine "onciola", piccola oncia, si sarebbe quindi passati, per successive varianti, ad "Anzola".
Nel 946 il castello finì sotto il dominio del vescovi di Bologna, unitamente ad altri vasti possedimenti del Pago Persicetano, in seguito alladonazione fatta dai marchesi di Mantova Almerico e Franca, che ne erano proprietari.
Da allora numerosi furono i tentativi del comune di Bologna di assoggettare alla propria giurisdizione il territorio anzolese, con il castello che vi sorgeva, nel quadro di una politica di sottomissione del contado ai danni del potere vescovile.
Il comune di Bologna cercò infatti diverse volte di imporre alla popolazione locale oneri di vario tipo, di insediare nel territorio anzolese propri funzionari di fiducia o di assoggettare alla sua volontà i funzionari appartenenti alla Chiesa.
Uno di questi tentativi di usurpazione ebbe come conseguenza, 1231, la scomunica del podestà e del comune bolognese da parte di Gregorio IX. Poco più tardi si giunse ad un accordo tra comune e vescovado, con il quale si stabiliva l'appartenenza al vescovo della giurisdizione sul castello e sulle terre di Anzola, nonchè sulle cause penali e civili sorte all'interno del territorio ; il comune di Bologna entrava invece nelle cause che coinvolgevano abitanti di altri paesi offesi da quelli di Anzola ed aveva l'autorità di imporre tasse.
L'accordo ebbe vita breve, sia perchè gli anzolesi insorsero diverse volte contro la gravezza degli oneri imposti, che vennero in seguito modificati, sia perchè i bolognesi non posero mai fine alle loro intromissioni, soprattutto per assicurarsi il dominio sul castello, di importanza strategica nell'ambito delle lotte con i modenesi. Già nel 1249 la torre del castello era servita da prigione provvisoria per re Enzo di Sardegna, figlio di Federico II, catturato nella battaglia di Fossalta, qui trasferito da Castelfranco il 17 agosto di quell'anno e dopo una settimana condotto a Bologna.
Nel 1303, prevaricando il potere vescovile, il comune di Bologna fece cingere con un argine il castello di Anzola e fece riempire d'acqua le fosse circostanti ; ciò non impedì la devastazione dell'edificio ad opera dei modenesi, vincitori a Zappolino, che vi appiccarono il fuoco.
Fu questa semplicemente la prima di una lunga serie di incursioni e distruzioni perpetrate ai danni del castello e delle terre di Anzola, che terminarono solo verso la metà del secolo XVII. A causa delle vicissitudini subite non sopravvisse molto del castello; rimane oggi pressochè solo la torre.
Il XVIII secolo fu un periodo di relativa calma. Anzola, Santa Maria in Strada, e Martignone erano delle comunità dello Stato Pontificio, sottoposte a dei massari. Le funzioni dei massari, più volte ridefinite nel corso degli anni, riguardavano l'amministrazione complessiva della comunità e la riscossione di imposte e dazi. Essi dovevano comunque sempre essere graditi alle autorità centrali, dalle quali venivano fortemente controllati, e dovevano collaborare con i titolari delle parrocchie nel cui territorio operavano, dato che le comunità locali erano all'epoca praticamente coincidenti con le comunità parrocchiali.
La discesa dei francesi in Italia al seguito di Napoleone sconvolse profondamente questo stato di cose: le idee di "libertée, egalitée e fraternitée" alle quali allora si inneggiava, furono presto disilluse, ma le modifiche apportate all'organizzazione politico-amministrativa del territorio diedero origine a isituzioni di governo locale moderne e in molti casi tuttora esistenti.

L'ISTITUZIONE DEL COMUNE DI ANZOLA

Il comune di Anzola, organismo laico non più identificabile con la comunità parrocchiale, fu istituito all'interno della Repubblica Italiana, in seguito alle disposizioni emanate con la legge 24 luglio 1802, anno I Repubblicano.
La Repubblica Italiana rappresentava una trasformazione della precedente Repubblica Cisalpina ed era presieduta da Napoleone Bonaparte. La legge del 24 luglio intendeva definire l'assetto politico-amministrativo della neonata repubblica, organizzando l'amministrazione locale su model- lo dell'analoga legge francese del 28 Piovoso anno X.
Il territorio fu diviso in dipartimenti, distretti e comuni. In ogni dipartimento vi erano un prefetto, un'am- ministrazione dipartimentale e un consiglio generale.
Nel distretto erano presenti un cancelliere e un consiglio distrettuale mentre nei comuni, divisi in tre classi a seconda del numero complessivo degli abitanti, erano posti un consiglio comunale ed una municipalità. Anzola divenne un comune di terza classe compreso nel distretto di San Giovanni in Persiceto facente parte, a sua volta, del dipartimento del Reno.
Il consiglio, composto da 15 membri, doveva essere nominato dal prefetto, mentre la municipalità, simile nelle funzioni all'attuale giunta comunale, doveva essere costituita da due municipalisti e da un presidente, eletti dal consglio comunale.
L'attuazione delle disposizioni emanate con la legge del 24 luglio 1802 richiese del tempo: il cittadino Giuseppe Pedrazzi fu nominato ispettore comunale dal prefetto, con l'incarico di sovrintendere a tutti gli affari relativi al comune e di avviare l'insediamento dei nuovi organi amministrativi.
Si giunse finalmente, dopo più di un anno, alla convocazione del primo consiglio comunale anzolese. Di questa prima adunanza non si possiede alcuna trasposizione documentaria in grado di restituirci la discussione effettuata e le deliberazioni prese. E' possibile comunque, sulla scorta dei documenti successivi, determinare la data. Sappiamo infatti che un'adunanza del consiglio avvenuta il 16 marzo 1804 costituì il "secondo convocato consigliario" di Anzola; poichè la legge prevedeva due convocazioni obbligatorie del consiglio, una in primavera e l'altra in autunno, l'adunanza del primo consiglio comunale dovette svolgersi nell'autunno precedente, l'autunno dunque del 1803.
Solo nella seconda adunanza consiliare, quella dell'aprile 1804 vennero eletti i municipalisti e il presidente della municipalità, organo monocratico simile nelle funzioni all'attuale sindaco. Il primo presidente della municipalità di Anzola fu Ercole Gaspari e la prima seduta della municipalità si tenne il 23 aprile 1804.

L'INVOLUZIONE DISPOTICA DEL REGIME NAPOLEONICO

La nuova organizzazione amministrativa così attuata seguiva
criteri di accentramento piuttosto rigidi. Si era affievolita già
da tempo, infatti, la speranza in un nuovo ordine susitata dai
francesi all'epoca del loro ingresso a Bologna.
Nella nuova gestione del governo locale furono certamente
coinvolti i ceti borghesi in misura maggiore rispetto ai passati
regimi, ma i nobili e i grandi proprietari terrieri non vennero
disdegnati.
Se è vero, inoltre, che con provvedimenti emanati in questo periodo
i cittadini poterono partecipare alla gestione del potere in modo
molto più concreto, tuttavia le concessioni all'autonomia locale
inizialmente presenti nell'ordinamento napoleonico, furono con il
passare del tempo del tutto offuscate.
La Repubblica Italiana fu trasformata nel 1805 in Regno d'Italia
e il potere assunse sempre più i caratteri di una dominazione.
Con il decreto 8 giugno 1805 sull'amministrazione del Regno e sul
comparto territoriale, oltre ad un nuovo assetto del territorio che
collocò Anzola nel Cantone di San Giovanni in Persiceto,facente parte
all'interno del Dipartimento del Reno, del Distretto di Cento, fu
riformato il sistema delle nomine degli amministratori locali e furono
accresciuti i poteri degli organi periferici dello stato, i prefetti.
Il sistema prefettizio divenne un apparato governativo in grado di
esercitare un pesante controllo sugli enti locali; per effetto del
decreto del 1805 furono di nomina prefettizia non solo i consigli
comunali ma anche gli organi monocratici a capo del comune,
demominati podestà nei comuni di prima e seconda classe, e nei
comuni di terza classe, come Anzola, sindaci.

LA RESTAURAZIONE

Con la Restaurazione i territori del bolognese tornarono a far
parte dello Stato Pontificio. Fu questo un successo personale del
cardinale Consalvi, delegato pontificio al Congresso di Vienna,
che riuscì ad evitare l'annessione della provincia bolognese al
Regno Lombardo Veneto, spuntandola sugli austriaci. Con il motu
proprio di Pio VII del 6 luglio 1816 furono costituite 17 delega-
zioni e vari governatorati.I governatori, divisi in governatori di
primo ordine (o distrettuali) e di secondo ordine, si ponevano come
autorità intermedia fra il delegato e i comuni.
Organi del comune furono il consiglio e la magistratura, mentre il
sindaco venne denominato da questo momento gonfaloniere.
Il consiglio comunale di Anzola era composto da 24 membri, fra cui 2
sacerdoti. La composizione mista del consiglio, laica ed
ecclesiastica, rispondeva all'intento di rendere effettiva l'influenza
degli esponeneti della Chiesa sugli amministratori locali, pur senza
ritornare all'antica identificazione tra comunità locale e parrocchia
Il consiglio si riuniva sotto la presidenza del governatore di
Castelfranco; a partire dal 1818 venne istituito in Anzola un vice
governatore, trasformato poi in podestà.
Negli anni del ripristinato governo pontificio si succedettero più
volte provvedimenti di riforma dell'ordinamento politico-
amministrativo provvedimenti che intendevano in alcuni casi recepire

ripetutamente tuttavia l'assetto istituzionale rimase sempre carat-
terizzato da un forte autoritarismo.
In seguito alle disposizioni emanate con motu proprio del 21 dicembre

di Anzola, detto da allora priore.
Gli effetti del ripristino dell'antico potere non furono così dramma
tici per gli abitanti del comune di Anzola come lo erano state, per
tanti versi, le innovazioni napoleoniche.
Ciò avvenne per precisa volontà del cardinale Consalvi, Segretario di
Stato, che volle evitare un trapasso violento, caratterizzato da
fenomeni di epurazione, essendo ormai impensabile, e persino
controproducente smantellare l'apparato amministrativo costituito
in epoca napoleonica che si era rivelato del tutto efficiente.
Sebbene infatti la legislazione attuata nel Regno d'Italia fosse
subordinata agli obiettivi della politica francese, si erano comunque
introdotti molti elementi di razionalizzazione delle strutture ammi-
nistrative, nonchè di innovazioni della composizione sociale della
classe dirigente.
Il ruolo guadagnato allora dal ceto borghese all'interno dell'appa-
rato di governo, di cui costituì il nerbo, non venne mai più messo
in discussione.
Ad Anzola quindi, come in molti altri luoghi, vennero allontanati
dalle posizioni di potere solo alcuni individui maggiormente compro-
messi con il precedente governo, ma per lo più le stesse persone che
avevano ricoperto incarichi sotto il regime napoleonico poterono
amministrare il comune anche ora, all'ombra di nuove insegne.

GLI EFFETTI DEL POTERE SULLA POPOLAZIONE

Se l'irrigidimento del sistema politico accentratore provocò la delusione degli amministratori, privati di gran parte del potere decisionale, non sembrò peraltro produrre malcontento tra gli amministratori, che dopo i fermenti rivoluzionari degli anni passati si disinteressavano ormai sostanzialmente della vita politica.
Ciò che invece causò gravi sommovimenti e proteste tra la gente comune fu la necessità impellente di costituire un esercito nazionale, progetto alla cui attuazione Napoleone era fortemente interessato, date le continue guerre da fronteggiare. Con legge emanata nell'agosto 1802 venne introdotta la coscrizione militare obbligatoria e le municipalità furono chiamate a contribuire attivamente al reclutamento dei giovani. La coscrizione obbligatoria fu probabilmente l'innovazione più traumatica introdotta nel periodo napoleonico. Per la prima volta i cittadini di età compresa fra i 20 e i 25 anni si videro costretti a prestare servizio militare; all'epoca del governo pontificio ci si serviva infatti di armate straniere o mercenarie. Se l'evento potè essere accettato con minori difficoltà a Bologna e nelle città, in campagna, e quindi anche nel comune di Anzola, la sottrazione di giovani braccia al lavoro dei campi rappresentava un vero e proprio flagello. Numerosissimi furono dunque i renitenti, i disertori e anche coloro che si affrettarono a convolare a nozze per poter essere iscritti alla fine delle liste di leva.
Collegato alle esigenze di carattere militare fu anche il fenomeno, particolarmente inviso alla popolazione, delle requisizioni di generi d'ogni sorta, destinati al sostentamento delle truppe. In tal modo i contadini venivano privati, oltre che delle braccia necessarie al lavoro, anche dei mazzi di sussistenza.

LA RESIDENZA MUNICIPALE

La prima seduta del consiglio comunale di Anzola si tenne
nella canonica della parrocchia di S.Pietro, dove il parroco
don Marco Masini ospitò di buon grado il nuovo organismo
appena costituito. Tuttavia, poichè alla base degli ordinamenti
politico-amministrativi di epoca napoleonica vi era l'idea
di una netta separazione tra istituzioni locali e apparati
ecclesiastici, giunsero ripetute sollecitazioni da parte del
cancelliere distrettuale di San Giovanni in Persiceto al presidente
della municipalità Ercole Gaspari affinchè individuasse al
più presto una sede idonea.
Il Gaspari non dovette cercare molto: prese in affito dal suo
padre Giuseppe due locali in un palazzo di fabbricazione seicentesca
che la sua famiglia aveva acquistato dalla famiglia Orsi,br> alla fine del settecento.
La sede era spaziosa e facilmente accessibile, situata lungo la
via postale per Modena, l'odierna via Emilia,al centro di
Anzola. Nello stesso palazzo trovarono ospitalità negli anni
seguenti alle scuderie, la fureria e le prigioni della Guardia
Nazionale nonchè le classi della Scuola Elementare.
Tranne una breve parentesi fra il 1809 e il 1810, periodo in
cui fu necessario traslocare nuovamente in canonica, gli uffici
municipali rimaseronel palazzo lungo la via per Modena fino al 1832.
In quella data il nuovo priore Girolamo Poggi
chiese ed ottenne dal consiglio comunale di trasferire la sede
municipale in un "casino"(una sorta di abitazione signorile
di campagna) di sua proprietà, situato a un chilometro circa
dal capoluogo.
Quando nel 1836 divenne priore Vincenzo Maria Pedrazzi fu
proposto di riportare nuovamente la sede del comune nell'ex
palazzo Gaspari,divenuto di proprietà della famiglia
Pedrazzi.
Alla proposta si oppose tenacemente il Poggi, dando vita ad
un'aspra polemica con il Pedrazzi. I due,esponenti di famiglie
anzolesidi spicco, intendevano sfruttare i vantaggi derivanti
alle rispettive proprietà dall'attivazione della casa
comunale.
Prevalse infine la volontàm di Pedrazzi e gli uffici comunali
ritornarono nella primitiva sede. Qui rimasero fino ad anni
recenti.
Nel periodo immediatamente successivo all'unificazione si
deliberò di acquistare l'edificio dedicato alla sede municipale,
dove fino ad allora il comune aveva risieduto in qualità di
affittuario. L'acquisto fu effettuato con rogito Pallotti il 2
agosto 1869.

IL TERRITORIO COMUNALE

Il territorio appartenente al comune di Anzola fu soggetto a
diverse variazioni durante i primi trent'anni dell'800. Il comparto
territoriale stabilito dalle prime disposizioni del periodo
napoleonico aveva infatti costituito un numero eccessivo
di comuni, che comportavano costi troppo alti di gestione,
difficoltà di funzionamento, difficoltà nel reperire persone
adatte a ricoprire cariche amministrative, specialmente di
diversi centri di piccole dimensioni in unità amministrative
più vaste.
Nel 1810 ad Anzola, di cui era già parte la località di Lavino
vennero aggregati martignone e S. Maria in Strada, precedentemente
appartenenti rispettivamente a S. Chierno di
Piano e a Calcara. Nel 1813 si procedette, al contrario, a sottrarre
alla giurisdizione anzolese la località detta Confortino,
decretendone il passaggio al comune di Crespellano, solevando
le vive proteste degli abitanti della zona, per i quali
diveniva ora più disagevole

LE ACQUE

Oltre ai torrenti Lavino e Samoggia il territorio è solcato dal torrente Martignone, dal torrente Ghironda e da numerosissimi fossi e canali, tra cui il canale Carpeneda, il canale Padergnana, il Lavinello e i fossi Cavanella, Podice, Casola, Sanguineta.
Questa rete di canali è il risultato di grandi opere idrauliche di bonifica delle acque stagnanti, iniziate attorno al Mille ad opera dei frati benedettini e proseguite negli anni seguenti; a partire dal XV secolo furono molto attivi nelle bonifiche i nobili Zambeccari, possidenti nella zona di San Giacomo del Martignone. Anche nell'800 l'abbondanza di acque rappresentava insieme una risorsa e un problema da governare : bisognava regolarne il corso e fronteggiare lo straripamento dei torrenti maggiori, sempre possibile soprattutto in primavera e in autunno. Di frequente le autorità comunali si trovavano a dirimere le liti tra i proprietari terrieri a proposito del corso degli scoli, che poteva essere modificato a vantaggio dell'uno o dell'altro.
Nel 1817 il governo pontificio emanò delle disposizioni riguardanti il controllo del bacino idraulico. I lavori idraulici, tutti posti sotto la tutela del governo, furono classificati in nazionali, provinciali e consorziali; furono redatte delle norme, dette "campioni", per prevenire le inondazioni e per regolare i diritti d'uso, furono istituite le congregazioni consorziali per decidere sulle controversie e furono istituiti dei comprensori idraulici. Ad Anzola vi erano, fra gli altri, i comprensori della Sanguinetola, della Cavanella, del Lavinello, della Carpineta.

LE STRADE

Fin dall'epoca del massaro ai comuni era affidato il mantenimento delle strade presenti sul territorio, sia principali che secondarie. Quest'incombenza fu mantenuta sia nel periodo napoleonico sia durante il restaurato governo pontificio. Oltre a dover compiere diverse opere di riattamento, bisognava effettuare ogni anno l'imbrecciatura delle strade, detta "inghiarazione".
L'odierna via Emilia, denominata variamente, a seconda delle epoche, strada postale per Modena, strada di San Felice, via Flaminia, via Nazionale, costituiva la direttrice principale, lungo la quale sorgeva il capoluogo. Quasi tutte le altre strade erano invece irregolari e dovevano conformare il loro percorso a quello dei torrenti e canali. Al termine della stagione invernale erano piene di fango e di buche e divenivano impraticabili. Per questo l'inghiarazione era fondamentale. Si trattava tuttavia di un dovere gravoso: le quote di ghiaia destinate ad ogni comune venivano ripartite tra i coloni, sulle cui braccia ricadeva il lavoro di imbrecciatura. Chi poteva, in genere nobili e prelati, si faceva esentare a termini di legge; gli altri cercavano di sottrarsi al dovere dell'imbrecciatura con vari espedienti; i "renitenti" venivano però denunciati alle autorità superiori e incorrevano in sanzioni varie.
Gli altri interventi di miglioramento della viabilità intrapresi dal comune di Anzola, interventi che comportavano la modifica del corso di alcune strade o la costruzione di nuove, erano spesso osteggiati dai proprietari terrieri, che non cedevano i terreni destinati a opere stradali se non a caro prezzo. Altre volte invece erano i proprietari stessi a cercare di strappare alla magistratura anzolese l'autorizzazione per progetti ideati a esclusivo vantaggio delle loro proprietà.

LE LE RISAIE

Nei primi anni del secolo XIX la conformazione del territorio appartenente al comune di Anzola fu trasformata dall'impianto di estese risaie. Questo tipo di coltura era privilegiato dai latifondisti del luogo rispetto alle coltivazioni tradizionali del frumento, della canapa e della vite, poichè consentiva margini di guadagno molto superiori. Era invece profondamente inviso alla popolazione poichè creava condizioni di vita insalubri; quale che fosse la causa di tale insalubrità, se l'umidità prodotta dalle acque stagnanti, come si riteneva allora, o l'annidarsi di un parassita sotto l'epidermide dei contadini che lavoravano a lungo con gli arti immersi nell'acqua, come si ritiene oggi, è innegabile che aumentavano i decessi e le persone colpite da febbri intermittenti.
Le coltivazioni a risaia erano soggette a norme che ne regolavano la distanza dalle abitazioni e dovevano essere impiantate con il permesso delle autorità superiori, sentito il parere della Deputazione comunale di Sanità. Nonostante i numerosi pareri negativi della Deputazione e malgrado anche la posizione presa dal consiglio comunale nell'aprile del 1809, quando, chiamato ad esprimersi sulla proibizione delle risaie, definì il territorio anzolese assolutamente inadatto al loro impianto per "difetto di acque perenni" e denunciò "il grave pregiudizio" cui era stata sottoposta la popolazione, tuttavia l'estensione delle valli a risaia rimase notevole per tutto il periodo napoleonico.
Alcune coltivazioni venivano impiantate anche abusivamente. Le risaie maggiori si trovavano nella zona di San Giacomo del Martignone, nella tenuta detta la Tomba del Vescovo e nella zona a sud dell'argine del torrente Martignone, vicino al Paltrone.
Nel maggio 1816 gli abitanti di Anzola e di altre zone della campagna attorno Bologna, insorsero, ormai esasperati, contro i proprietari di risaie, provocando un grave tumulto.
Tra il 1817 e il 1818 le coltivazioni di riso più osteggiate da polemiche e divieti, cessarono quasi completamente ad Anzola e in tutto il territorio bolognese.

Nei primi anni del secolo XIX la conformazione del territorio appartenente al comune di Anzola fu trasformata dall'impianto di estese risaie. Questo tipo di coltura era privilegiato dai latifondisti del luogo rispetto alle coltivazioni tradizionali del frumento, della canapa e della vite, poichè consentiva margini di guadagno molto superiori. Era invece profondamente inviso alla popolazione poichè creava condizioni di vita insalubri; quale che fosse la causa di tale insalubrità, se l'umidità prodotta dalle acque stagnanti, come si riteneva allora, o l'annidarsi di un parassita sotto l'epidermide dei contadini che lavoravano a lungo con gli arti immersi nell'acqua, come si ritiene oggi, è innegabile che aumentavano i decessi e le persone colpite da febbri intermittenti.
Le coltivazioni a risaia erano soggette a norme che ne regolavano la distanza dalle abitazioni e dovevano essere impiantate con il permesso delle autorità superiori, sentito il parere della Deputazione comunale di Sanità. Nonostante i numerosi pareri negativi della Deputazione e malgrado anche la posizione presa dal consiglio comunale nell'aprile del 1809, quando, chiamato ad esprimersi sulla proibizione delle risaie, definì il territorio anzolese assolutamente inadatto al loro impianto per "difetto di acque perenni" e denunciò "il grave pregiudizio" cui era stata sottoposta la popolazione, tuttavia l'estensione delle valli a risaia rimase notevole per tutto il periodo napoleonico.
Alcune coltivazioni venivano impiantate anche abusivamente. Le risaie maggiori si trovavano nella zona di San Giacomo del Martignone, nella tenuta detta la Tomba del Vescovo e nella zona a sud dell'argine del torrente Martignone, vicino al Paltrone.
Nel maggio 1816 gli abitanti di Anzola e di altre zone della campagna attorno Bologna, insorsero, ormai esasperati, contro i proprietari di risaie, provocando un grave tumulto.
Tra il 1817 e il 1818 le coltivazioni di riso più osteggiate da polemiche e divieti, cessarono quasi completamente ad Anzola e in tutto il territorio bolognese.

I REGISTRI DELLA POPOLAZIONE

I registri che rilevano lo stato numerico della popolazione e quelli che annotano i fatti relativi allo stato civile delle persone costituiscono la premessa indispensabile allo svolgimento delle funzioni amministrative del comune. L'affidamento di tali registrazioni ai municipi, come molte altre attività di tipo politico-amministrative, fu anche esso una conseguenza della discesa dei francesi in Italia. Fin dall'epoca della Repubblica Cisalpina furono emanate leggi relative ai registri civici, ma la sistemazione più organica della materia si ebbe, per ciò che concerne lo stato civile, con il regolamento generale del 1806, mentre per il ruolo della popolazione con una legge del 1809.
Sebbene le rilevazioni statistiche affidate ai comuni rispondessero eminentemente a finalità pratiche, in particolare a esigenze di tipo fiscale e alla formazione delle liste di leva, tuttavia questa competenza va vista come un ulteriore effetto del pricipio di separazione tra autorità civile e autorità religiosa, sancito dalla rivoluzione francese e rimasto a permeare tutta la legislazione del periodo napoleonico.
Precedentemente infatti le uniche registrazioni relative al numero e allo stato giuridico delle persone erano effettuate dai parroci, i quali erano obbligati, per disposizioni emanate dal Concilio di Trento, a tenere registri dei battezzati, dei matrimoni e dei morti. I parroci erano tenuti anche alla compilazione degli stati delle anime, vale a dire elenchi dei parrocchiani, compilati in occasione delle benedizioni pasquali, dove veniva specificata la composizione di ogni nucleo familiare, compresa la servitù. Nel periodo napoleonico si affiancarono a queste registrazioni parrocchiali quelle puramente civili redatte presso il municipio. Subito dopo la caduta di Napoleone le autorità pontificie vollero sopprimere i registri civili ed assegnarono di nuovo solo ai parroci le registrazioni relative alla popolazione. Ci si avvide comunque immediatamente che in tal modo si pregiudicava il funzionamento delle amministrazioni locali. Il delegato apostolico intervenne quindi per invitare i parroci a fornire periodicamente alle autorità comunali le notizie relative alle nascite, ai matrimoni e alle morti.
Nell'ultimo periodo del governo pontificio si intrapresero, per volontà di Pio IX, delle operazioni di censimento della popolazione, nel 1853 e nel 1856. Se le fonti relative ai primi anni dell'800 riferiscono che il numero degli abitanti del comune di Anzola era compreso fra i 2700 e i 2800, i dati trasmessi dal censimento del 1856 ci informano che la popolazione si era accresciuta, raggiungendo i 3493 abitanti. Nell'Italia unificata l'istituzione del servizio di anagrafe avvenne nel 1864, con R.D. del 31 dicembre, mentre le norme relative allo stato civile furono emanate con R.D. del 15 novembre 1865.

L'ISTRUZIONE ELEMENTARE

All'inizio dell'800 vi era ad Anzola un unico maestro, pagato dagli individui che mandavano i loro figli a scuola, il quale, pertanto, non poteva dirsi "maestro di Pubblico Istituto". La concezione dell'istruzione come un bene sociale, la gratuità ed obbligatorietà dell'istruzione elementare furono un portato della rivoluzione francese e divennero materia di una legge organica nel 1802. Si stabilì allora che in ogni comune vi fosse almeno una scuola, ove si insegnassero "il leggere, lo scrivere ed altri principi di matematica" e che le spese destinate alle scuole e allo stipendio dei maestri fossero a carico dei comuni.
Ad Anzola la prima scuola elementare comunale fu attivata nel 1807; il maestro, designato dal consiglio comunale con pubblico concorso, si chiamava Angelo Guastarobba.
Sebbene non fosse impedito, a chi lo volesse, di fare le "solite annue regalie" al maestro, le lezioni erano gratuite e si tenevano nei mesi estivi dalle 7 del mattino alle 3 del pomeriggio e nei mesi invernali dalle 9 del mattino alle 4 del pomeriggio. Per le aule scolastiche si trovarono dei locali nello stesso edificio in cui aveva sede il comune. Quando nel 1815 tornò al potere l'autorità pontificia non si volle disfare questo stato di cose; ci si preoccupò soltanto di sottoporre le scuole al controllo dei vescovi e di affidare l'insegnamento ai parroci. Insegnavano allora nel capoluogo l'arciprete Don Camillo Baj, a S. Maria in Strada don Luigi Trocchi e Don Luigi Aurelli a Martignone.
Una riforma generale del servizio scolastico si ebbe per volontà di Leone XII negli anni 1824 e 1825. Si dispose allora l'obbligatorietà dei concorsi nelle scuole pubbliche, si stabilirono le materie di studio, si impose ai comuni l'obbligo di reperire locali scolastici igienici e di istituire una scuola nel capoluogo e successivamente negli "appodiati", cioè nelle altre località facenti parte del territorio comunale.
Per rispondere a queste prescrizioni il consiglio comunale di Anzola determinò l'istituzione di una scuola ad Anzola, una a Padulle ed una a Buonconvento, allora compresi all'interno dei suoi confini. Nel febbraio del 1827 si pubblicò il bando per il concorso pubblico per "Maestri di Scuola in Anzola e Sala". Poco tempo dopo il territorio comunale fu di nuovo ristretto ai confini che ha tuttora e Padulle e Buonconvento ebbero la loro storia scolastica.
In questo periodo furono maestri nella scuola del capoluogo, in successione, Angelo Gheduzzi, Giuseppe Malagoli e Carlo Montanari ; oltre a insegnare a leggere, a scrivere e l'aritmentica essi dovevano ogni sabato insegnare "la dottrina alli scolari e le orazioni, non che la recita del SS.mo Rosario"; dovevano inoltre essere "intenti di accompagnare li loro discepoli alla Santa Messa tutti li giorni di scuola quando sia fattibile, e così pure di accompagnarli in processione nelle funzioni sacre che si faranno nelle Parrocchie dove li maestri dimorano". All'interno dello Stato Pontificio era così espressa la volontà di controllo dell'educazione infantile, facendo coincidere l'istruzione scolastica con l'insegnamento religioso e includendo le stesse funzioni religiose dentro l'orario scolastico.
Bisogna dire, in ogni caso, che alla metà dell'ottocento l'affluenza alle scuole di Anzola non era elevata. Influiva in questa situazione il fatto che i fanciulli venivano impiegati nel lavoro dei campi, in particolare nei mesi estivi; un altro fattore di deterrenza era costituito dalla corresponsione di una "mensualità" ai maestri da parte dei genitori che, sebbene non elevata, costituiva un impedimento per molti. Nel 1858 il panorama scolastico appariva piuttosto squallido : vi erano infatti 30 scolari ad Anzola, 21 a S.Maria in Strada e 29 a S. Giacomo del Martignone.
Con l'annessione al Regno di Sardegna e poi con l'unificazione nazionale le scuole elementari vennero dotate di maggiori mezzi economici e rese completamente gratuite; fu inoltre generalizzata l'istruzione elementare anche per le fanciulle.

LA TUTELA DELLA SANITA'

Nel 1804 una circolare inviata dal cancelliere distrettuale all'agente comunale di Anzola dichiarava che gli oggetti relativi alla sanità erano affidati dalle autorità di governo alle minicipalità. Queste ultime dovevano in particolare provvedere alle condizioni igieniche dell'ambiente, vigilare sulla salubrità dell'aria, impedire il ristagno di acque presso le abitazioni, impedire l'accumulo di sostanze malsane che producessero cattive esalazioni, effettuare controlli sulla macellazione delle bestie.
Le condizioni sanitarie dell'epoca erano rese deprecabili da un lato dalla precaria alimentazione della maggioranza della popolazione, che favoriva l'affermarsi delle malattie causate dalla denutrizione, dall'altro dalla inadeguata igiene personale e degli ambienti, che favoriva il diffondersi delle malattie infettive. Si iniziò allora, come mostra la lettera sopra citata, a creare in ogni municipio delle strutture che garantissero servizi sanitari di una qualche efficienza e imponessero norme atte a prevenire o debellare infezioni e contagi.
Il 31 dicembre 1806 si ebbe ad Anzola l'installazione della Deputazione Comunale di Sanità, presieduta dal Sindaco, organismo incaricato della tutela della Sanità Pubblica.
Più difficile fu invece la costituzione di una condotta medica, la cui attuazione, auspicata già da quegli anni, fu resa difficile dalla scarsità di fondi pubblici a disposizione. Per diverso tempo si ricorse dunque a sanitari condotti di altri paesi o a liberi professionisti, medici o chirurghi, residenti o meno ad Anzola, pagati dal comune esclusivamente per i servizi svolti. Solo nel 1831 venne nominato il primo medico condotto di Anzola; si trattava di Domenico Conti, giovane professionista che svolse il suo incarico per tutto il periodo della Restaurazione.
Uno degli sforzi maggiori in campo sanitari fu rivolto a cambattere l'infezione del vaiolo. La vazzinazione antivaloiosa fu resa obbligatoria dal goverbno napoleonico. La municipalità era incaricata di provvedere ogni anno al rifornimento del vaccino, all'organizzazione della campagna informativa sulla necessità della vaccinazione, all'effettuazione della inoculazione tramite i medici condotti o, in mancanza, tramite altri professionisti. Questo compito era di assai difficile attuazione, soprattutto a causa dello scetticismo della popolazione nei confronti della vaccinazione ; di fronte all' alta mortalità infantile i genitori arrivavano ad attribuirne addirittura la responsabilità al vaccino, invece che considerarlo un deterrente.
Le autorità tuttavia non si arresero mai e continuarono in tutti i modi a sollecitare la salutare pratica delle vaccinazioni annuali, anche durante il periodo del governo pontificio. I risultati furono del tutto discontinui: si ebbe una punta massima di 436 vaccinati nel 1823, mentre negli anni successivi la media fu di 75-80 inoculazioni all'anno, con di nuovo una punta di 181 vaccinati nel 1850.
Oltre al vaiolo era all'epoca molto temuta l'idrofobia, e si susseguirono negli anni le prescrizioni volte ad arginare il randagismo dei cani, ritenuto una pubblica calamità.
Quanto alla pellagra, malattia molto diffusa nell'800, non se ne verificarono casi numerosi ad Anzola. Le patologie maggiormente denunciate dagli amministratoti locali, erano l'idropisia, le febbri malariche e le febbri intermittenti, causate dall'estensione delle coltivazioni a risaia nel territorio anzolese. Nel 1817 un'epidemia di tifo petecchiale, che infierì in tutta la penisola, provocò un certo numero di morti anche ad Anzola, ma il vero flagello che si abbattè in modo spaventoso su tutto il territorio fu il "cholera morbus".

L'EPIDEMIA DI COLERA DELL'ANNO 1855

Nei mesi compresi fra luglio e dicembre del 1855 Anzola, S.Maria in Strada e S. Giacomo del Martignone furono devastati da una grave epidemia di colera, abbattutasi su tutto il territorio della Legazione. Nonostante le misure preventive che erano state adottate dalle autorità legatizie e comunali il morbo raggiunse ugualmente la popolazione. Ad Anzola i primi due casi si verificarono il 7 luglio; uno di questi si rivelò mortale. A questo primo decesso ne seguirono moltissimi altri; la diffusione della malattia favorita dall'afa estiva, fu incontrollabile e il maggior numero di morti si ebbe tra agosto e ottobre.
La malattia si presentava con "dolori lancinanti allo stomaco e al basso ventre, diarrea, crampi, stato algido, colore cianotico alla faccia e alle mani". Di fronte alla gravità della situazione e alla scarsità delle risorse economiche disponibili per fronteggiare la crisi il priore tra agosto e ottobre.
La malattia si presentava con "dolori lancinanti allo stomaco e al basso ventre, diarrea, crampi, stato algido, colore cianotico alla faccia e alle mani". Di fronte alla gravità della situazione e ala scarsità delle risorse economiche disponibili per fronteggiare la crisi il priore, con una lettera circolare, rivolse un appello ai possidenti e benestanti perchè coadiuvassero le attività assistenziali intraprese dal comune a favore dei bambini rimasti orfani per il colera; i fanciulli come mostra un elenco redatto allora, risultavano in numero di 16 al Anzola e di 13 a S. Maria in Strada. L'appello non riscosse molto successo: furono raccolti complessivamente 17 scudi e 14 bajocchi, cifra assolutamente insufficiente se paragonata al costo delle derrate.
Il comune si prestò in ogni modo a sussidiare per diversi anni, con uno o due soldi mensili, le famoglie che accolsero gli orfani, già gravate da numerosi figli. Per far fronte alle varie necessità, stante anche la sospensione della tassa focatico disposta per venire incontro alle difficoltà estreme della popolazione, fu concessa dall'autorità legatizia l'autorizzazione a indebitarsi oltre le cifre previste in bilancio, prelevando 200 scudi dalle casse comunali. Il priore si oppose invece fermalmente al risarcimento dei danni chiesto dai proprietari di "mellonare", cioè delle coltivazioni di meloni e cocomeri, di cui era stata ordinata la distruzione dalle autorità sanitarie che ritenevano questi prodotti veicolo di contagio
Dopo mesi di imperversare del morbo, a partire da novembre il numero di contagi andò decrescendo; verso la metà di dicembre il priore comunicò alle autorità bolognesi che non si registravano più casi di contagio. Solo allora l'epidemia potè considerarsi conclusa. Il bilancio della tragedia fu di 257 vittime su un totale di 548 contagiati.

IL MANTENIMENTO DELL'ORDINE PUBBLICO

Durante il periodo napoleonico, come anche dopo il ripristino
dell'autorità pontificia, non fu sempre facile garantire la
pubblica sicurezza all'interno del comune di Anzola. La
gendarmeria alloggiata a Ponte Samoggia non era sufficiente
ad assicurare la copertura di tutto il territorio nè d'altro canto la
napoleonica Armata d'Italia e le armate destinate dopo la
restaurazione a difendere lo stato pontificio potevano occuparsi
di fatti delittuosi di interesse locale.
Per scoprire alla necessità di pubblica sicurezza dei comuni
le autorità centrali decisero nel 1802 di dar vita alla Guardia
Nazionale, corpo paramilitare creato sul modello francese,
costituito dagli abitanti dei comuni stessi. Poichè si erano
incontrate già forti resistenze nell'organizzare la leva, per
costituire la Guardia Nazionale si ideò un sistema che consentisse
ai cittadini di svolgere il servizio senza abbandonare il lavoro
e le rispettive famiglie.
Vennero reclutati tutti i cittadini in grado di portare le armi
di età compresa tra i 18 e i 50 anni, furono costituite prima
due e poi tre compagnie e furono stabiliti dei turni di servizio.
Ciascun componente la Guardia Nazionale di Anzola si occupava
normalmente della sua vita privata, fino a che riceveva
l'ordine di servizio; si recava allora nei locali dell'edificio
municipale ove aveva sede la Guardia Nazionale, indossava la
divisa e andava in pattuglia fino al termine del turno. Dopo
di ciò tornava alle sue abituali occupazioni.
I comandati per il servizio che non si presentavano al loro
dovere erano sottoposti alle sentenze di un apposito consiglio
di disciplina. Le sanzioni andavano da multe pecuniarie alla
detenzione per recidivi.
Compito principale della Guardia Nazionale di Anzola era di
sorvegliare il paese con appositi picchetti, sentinelle e turni di
guardia diurni e notturni, prestare servizio di sicurezza
durante le feste civili e religiose, le fiere, i mercati e in tutte le
occasioni in cui si potevano formare grossi assembramenti di persone.
C'era inoltre un piccolo drappello a disposizione del presidente
della municipalità ( o sindacato o priore, come benne
variamente denominato, a seconda dei periodi, l'attuale
primo cittadino).
Essendo costituita dalla popolazione locale la Guardia
Nazionale ne rifletteva spesso anche gli umori. Fu pertanto
più volte disciolta dal governo pontificio nel momento in cui,
invece di assolvere ai compiti cui era stata preposta, si faceva
portavoce dell'opposizione alle autorità, e venne più volte
ricostituita con diverso nome.
Nel 1821 troviamo a difesa del comune la Guardia Forense,
poi repressa. Nel 1831 fu costituita la Guardia Civica, la
quale, divenuta braccio armato della disubbidienza bolognese
nel periodo successivo al soffocamento dei moti del 1831,
fu disciolta e sostituita da un corpo volontario, i Volontari
Pontifici, appunto. Scelti fra i componenti delle classi sociali
più umili questi volontari furono sempre più invisi alla
popolazione, che non perdeva occasione di schernirli per la loro
rozzezza o di insultarli per i metodi repressivi adoperati.
Nel 1847 venne nuovamente ricostituita la Guardia Civica
che, come da copione, fu disciolta dopo l'esperienza rivoluzionaria
del 1848/49; il servizio di sorveglianza fu garantito
allora dalla Gendarmeria austriaca, il cui distaccamento nel
comune era a carico dell'amministrazione provinciale.
La Guardia Nazionale fu ricompensata per l'ultima volta nel
1859 dal Governo delle Romagne, e rimase in servizio anche
dopo l'Unità d'Italia, fino al 1870.

IL BRIGANTAGGIO

Nella prima metà dell'800 quando venivano denunciati alle
autorità anzolesi dei fatti delittuosi si trattava nella
maggioranza dei casi di furti di pollame o di altre bestie di
allevamento o di prodotti agricoli, oppure di risse causate da
debiti di gioco o da ubriachezze, singole o collettive.
Vi fu però un fenomeno di vasta portatache creò gravi
turbamenti nella quiete pubblica; l'imperversare del brigantaggio
nella pianura bolognese. Il brigantaggio, diffuso in
particolar modo nel periodo napoleonico, ebbe il suo apice
nelle campagne anzolesi fra il 1809 e il 1810.
Oltre che da delinquenti comuni le bande armate erano alimentate
dai desertori, numerosissimi soprattutto negli anni
immediatamente successivi all'istituzione della coscrizione
obbligatoria. Alcuni nomi di briganti che compaiono più di
frequente nelle denunce alle autorità o nei rapporti di polizia
di quegli anni appartengono proprio a disertori anzolesi: è il
caso di Giacomo Lambertini, Domenico Ropa e Carlo Mazzetti,
chiamati alle armi fra il 1805 e il 1806. Un altro brigante
famoso era Prospero Baschieri, anche lui ordinario del bolognese,
che godeva di una certa simpatia fra la popolazione.
Questi ed altri individui fecero spesso irruzione nelle case dei
contadini e degli artigiani di Anzola: al fabbro intimarono di
riparare i loro fucili, al calzolaio invece i calzari. Altre volte
cercarono semplicemente di poter mangiare e dormire; una volta
chiesero al dottor Vivarelli di curare un loro compagno ferito
e non risparmiato neanche il parroco, dal quale pretesero
la cosegna di tutto il denaro che possedeva.
Fu tanto il disagio creato in tutto il territorio comunale che
nel 1810 l'adunanza del consiglio non potè avere luogo.
L'episodio più grave era avvenuto comunque il 7 ottobre 1809,
quando alcuni briganti avevano assaltato la stazione di Ponte
Samoggia, dove era un quartiere della Guardia Nazionale.
Quì avevano ucciso una sentinella, assalito gli altri
soldati e dato fuoco all'edificio. Alcuni militari erano riusciti
a fuggire, altri,terminate le munizioni si arresero. A costoro
gli assalitori avevano promesso salva la vita, ma non mantennero
la parola e, non appena usciti,"cominciarono a scaricare su di loro
archibugi e a maltrattarli con le sciabole".

IL 1848 E LA REPUBBLICA ROMANA

L'opposizione al governo pontificio si era manifestata nella Legazione di Bologna già nel 1831, quando i rivoltosi erano giunti all'instaurazione del Governo delle Provincie Unite, e nuovamente nel 1843 con i moti di Savigno ed altri episodi di ribellione.
Nel 1848 le insurrezioni andarono ad inscriversi nel contesto di un moto rivoluzionario di intensità eccezzionale, che sconvolse l'Europa intera e che trovò un comune denominatore nelle rivendicazioni di tipo sociale ed economico, nonchè nella richiesta di libertà politiche e di democrazia. In Italia a queste istanze si aggiungeva anche la spinta all'emancipazione nazionale dell'impero austriaco.
Dopo la sconfitta delle truppe piemontesi a Custoza
gli austriaci, nell'agosto 1848, marciarono su Bologna
e la occuparono; sorsero duri scontri con i cittadini
che resistettero agli stranieri e dopo una dura battaglia
riuscirono ad avere la meglio. Gli austriaci abbandonarono
la città e i bolognesi si autogovernarono, aspettando gli
sviluppi della situazione che non tardarono a manifestarsi.
A Roma infatti, dopo un attentato che provocò la morte del
primo ministro pontificio, il papa Pio IX fuggì a Gaeta,
lasciando senza governo la capitale, dove si installarono al
potere dei gruppi di democratici. Nel gennaio dell'anno succes-
sivo si svolsero in tutto l'ex stato pontificio le elezioni
per l'Assemblea costituente. In febbraio venne proclamata la
Repubblica Romana che, si annunciò, avrebbe adottato come forma
di governo la democrazia pura. Il governo repubblicano, retto
dai triumviri Saffi, Mazzini e Armellini, operò intensamente
per la laicizzazione dello stato e per un rinnovamento politico
e sociale, ma ebbe vita breve.
L'appello del papa alle potenze cattoliche sortì i suoi effetti.
Già nel maggio l'esercito austriaco mosse su Bologna, che questa
volta dovette capitolare; in luglio si arrese invece Roma, dove
erano entrati in difesa del papa i francesi.
I moti fallirono anche a causa delle contrapposizioni interne
alle forze rivoluzionarie: le correnti democratico-radicali
erano sempre più lontane dalle posizioni dei liberal-moderati,
spaventati dalle rivendicazioni di tipo sociale. In ogni caso
gli avvenimenti del 1848/49 avevano impresso una spinta determi-
nante verso l'affermazione dell'unità d'Italia e verso una
partecipazione politica più estesa.
Ad Anzola giunse debole l'eco di quegli eventi: il paese si trovò
a far parte della Repubblica Romana senza che nessuno lo comuni
casse al priore. tuttavia un fatto politico di enorme carica
innovativa interessò anche gli anzolesi: dopo essere stati convo-
cati per l'elezione dei deputati all'assemblea costituente, gli
abitanti di Anzola furono di nuovo chiamati alle urne per eleggere
il consiglio comunale. Sulla base della legge emanata il
31 gennaio 1849 erano dichiarati elettori tutti i cittadini
maggiori di 21 anni che possedessero dei beni immobili o che
fossero iscritti agli elenchi degli esercenti le libere profes-
sioni o, ancora, che pagassero un'imposta sui redditi.
Sebbene non fosse stata superata la limitazione del censo, e
sebbene non votassero, come era ovvio, le donne, l'elezione diretta
e a scrutinio segreto costituì un evento rivoluzionario, di cui
comprensibilmente la maggior parte degli anzolesi, contadini privi
di istruzione, non intuì la portata. Si recarono a votare 162 citta-
dini su 643 aventi diritto e le elezioni registrarono un succes-
so dei moderati, anche perchè questi ultimi, vale a dire i possidenti,
la borghesia e alcuni esponenti del clero, erano gli unici in
qualche modo avvezzi a trattare i fatti di natura politica; il
resto della popolazione poteva dirsi sostanzialmente fiduciosa nel
loro operato.I conservatori, dunque, si riversarono massicciamente
alle urne e riuscirono a far eleggere i propri candidati, ma i nuovi
elettori incisero comunque in modo concreto sulla composizione del
nuovo consiglio comunale: vi trovarono posto, per la prima volta,
due agricoltori, due artigiani e quattro esercenti.

VERSO L'UNIFICAZIONE NAZIONALE

Le vittorie ottenute dai franco-piemontesi nel corso della seconda
guerra di indipendenza e il loro ingresso a Milano indussero gli
austriaci e il cardinale legato ad abbandonare Bologna.
A partire da questo momento si insediarono al govero della città
e del territorio bolognese le forze liberali moderate, ma si inaugu-
rò anche un periodo di frequenti mutamenti di governo, che
produssero una sorta di caos istituzionale.
In meno di un anno, prima di giungere all'annessione al Regno di
Sardegna, si passò dalla Giunta Provvisoria di Governo al Comissaria
to straordinario per le Romagne e dal successivo Governo delle
Romagne al Governo delle Regie Province dell'emilia.Il corso degli
avvenimenti assunse presto i connotati di una rottura definitiva con il
passato, ma all'inizio di questo turbolento processo non si poteva
avere una percezione chiara del carattere delle trasformazioni in atto.
Poteva trattarsi ancora una volta dell'ennesimo moto rivoluzionario
di breve durata.
Anche ad Anzola si viveva in un clima di grande incertezza:l'annuncio
del decadimento del potere temporale del papa aveva creato
notevole sconcerto poichè, dopo decenni di restaurazione pontificia,
la comunità locale, fortemente cattolica, riconosceva nella chiesa
parocchiale il principale fattore di aggregazione. L'esautorazione del
papa si traduceva in ambito locale nell'esautorazione del parroco,le
cui parole e il cui operato erano molto stimati dalla quasi totalità
della popolazione.
Con il progredire degli eventi crebbero ad Anzola le tensioni tra i
conservatori, e i sostenitori del nuovo corso. Fra i primi potevano
annoverarsi gli esponenti delle famiglie Baroni, Pedrazzi,
Serra Zanetti; nell'altro schieramento figuravano i Costa, i Poggi
gli Arnoaldi Veli. I contrasti si acuirono in modo esponenziale in
coincidenza delle convocazioni elettorali. Nell'arco di pochi mesi i
cittadini anzolesi furono chiamati ripetutamente a votare, in alcuni
casi per comporre gli organi centrali del governo, altre volte per
l'elezione degli amministratori locali.
Nei giorni immediatamente precedenti le elezioni del febbraio 1860
per il rinnovo del consiglio regionale e provinciale vennero inoltrate
al priore numerose denunce di provocazioni e aggressioni per motivi
politici. Questo clima incandescente sfociò in rissa aperta nel giorno
destinato al voto, proprio nei locali dell'edificio comunale adibiti
a seggio elettorale. Gli animi furono placati a fatica e solo per
poco tempo, poichè la zuffa proseguì nella vicinissima osteria
della Locanda. Si era comunque ormai vicini alla soluzione definitiva
di queste vicende politiche, raggiunta con l'annesssione dei terri-
tori delle ex legazioni al Regno di Sardegna. Il referendum sulla
annessione si svolse l'11 e 12 marzo: i voti furono per la stra-
grande maggioranza favorevoli.
Il 23 marzo, durante la prima adunanza del consiglio comunale
anzolese successiva all'annessione al regno sabaudo e all'estensioni
delle leggi sarde,il capo della comunità, Astorre Arnoaldi Veli,
abbandonò il titolo di priore per assumere quello di sindaco; si
accinse quindi a presiedere le operazioni di voto per la nomina
della nuova magistratura, che d'ora in poi sarebbe stata composta
da sette assessori e si sarebbe chiamata giunta municipale.

LA NUOVA DENOMINAZIONE DEL COMUNE

Il 14 marzo 1861 avvenne la proclamazione del Regno d'Italia e
Vittorio Emanule II assunse il titolo di re.
Da allora gli eventi relativi al territorio bolognese e ad Anzola
andarono assumnedo una dimensione locale all'interno delle vicende
di ordine politico, economico sociale dell'intera nazione.
La prima regolamentazione dell'ordinamento amministrativo dello
stato unitario italiano si ebbe con la legge di unificazione
amministrativa del 20 marzo 1865.
Frattanto ad Anzola si dibattevano i problemi relativi all'acquisto
di un edificio destianto a sede municipale, all'individuazione di
un terreno da adibire al mercato settimanale, all'attivazione di una
fermata nel capoluogo della linea ferroviaria Bologna-Parma, da poco
inaugurata, all'inefficienza di alcuni impiegati comunali, all'attiva-
zione dei nuovi servizi anagrafici, postali, scolastici.
Su tutte queste questioni continuavano a svilupparsi forti attriti
all'interno della classe politica locale, tra gli esponenti del
vecchio e del nuovo ordinamento.
Si ebbe invece un accordo unanime riguardo la modifica della
denominazione del comune. Erano entrate a far parte del nuovo stato
unitario italiano molte località con lo stesso nome e l'appellativo
di Anzola apparteneva anche ad un comune in provincia di Novara.
Per ovviare agli equivoci che si creavano, l'amministrazione comunale
fu sollecitata dal Ministero dell'Interno a deliberare "intorno ad
un'aggiunta speciale da farsi l'appellativo attuale del comune".
Nella delibera relativa alla variazione di denominazione, datata
1 febbraio 1864, si legge:"Il Presidente propone al Consiglio di
deliberare che la nuova denominazione di questo comune sia
Anzola dell'emilia invece di Anzola attuale denominazione,
ritenendo sufficente questa semplice variazione.
Nessuno opponendosi, lo stesso presidente pone ai voti la sud-
detta proposta, ne risulta che la medesima è accettata dal
Consiglio a pienezza di voti".

 
 
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